DOSSIER ITALIANI D’EUROPA Le donne a Bruxelles: dall’esclusione senza discriminazione alla parità nelle carriere. Il lungo percorso nelle istituzioni comunitarie raccontato da Marina Manfredi Magillo, una delle protagoniste Le quote rosa non sono la soluzione strutturale

DOSSIER ITALIANI D’EUROPA Le donne a Bruxelles: dall’esclusione senza discriminazione alla parità nelle carriere. Il lungo percorso nelle istituzioni comunitarie raccontato da Marina Manfredi Magillo, una delle protagoniste

Le quote rosa non sono la soluzione strutturale

Oggi, ai più alti livelli delle istituzioni europee e in moltissimi posti di rilievo della burocrazia comunitaria, troviamo molte donne. Non è sempre stato così. Solo pochi decenni fa la presenza femminile era numericamente  limitata e in ruoli modesti. Il forte cambiamento è anche una delle storie di successo dell’evoluzione dell’Unione europea.

Marina Manfredi Magillo, già direttrice della Direzione generale del personale e della Direzione generale  della politica dei consumatori della Commissione europea, rispondendo ad alcune domande degli studenti che hanno realizzato podcast “Italiani d’Europa”, ha ripercorso la storia e i nodi problematici di questo cambiamento, per arrivare alla situazione attuale. 

Marina Manfredi Magillo, già direttrice della Direzione generale del personale e della Direzione generale  della politica dei consumatori della Commissione europea (frame registrazione © Unife)

L’incontro con Manfredi Magillo fa parte delciclo  “Italiani d’Europa” organizzato dai dipartimenti di Giurisprudenza e di Studi umanistici dell’Università di Ferrara in collaborazione con il CEDE (Centro di documentazione e studi sull’Unione europea) .

Nella sua carriera, lei ha promosso la parità di genere e il sostegno alle carriere femminili nelle istituzioni europee, si è impegnata a valorizzare la presenza delle donne nei ruoli decisionali e a favorirne  la crescita all’interno delle strutture comunitarie. 

Ad esempio, quando era consigliera di gabinetto della commissaria Emma Bonino, ha promosso la creazione di un network di funzionarie italiane con incarichi di management nelle diverse istituzioni europee. Di che cosa si tratta? Quali erano le difficoltà che l’hanno spinta a creare questo network e a svilupparlo?.

“È un argomento a cui sono sempre stata sensibile. Io sono entrata in Commissione moltissimi anni fa e non posso dire di aver subito discriminazioni, salvo una volta, quando avevo superato il concorso, ma non ero ancora stata assunta.

Non c’è discriminazione, però una volta, pur essendo  le donne quasi la metà dei funzionari che superano il concorso e che entrano nei gradi più bassi della carriera, quando si arrivava alle posizioni di management, (capo unità, consigliere, capo divisione, fino a direttore, direttore generale), queste posizioni erano quasi tutte occupate da uomini.

Di donne ce n’erano ben poche e, soprattutto, c’era un ambiente poco trasparente: per fare carriera non si riusciva mai a capire quali erano i posti vacanti, dove erano, a chi candidarsi e come muoversi. 

E quindi, per aiutare le mie connazionali, anche se noi funzionari europei non rappresentiamo il nostro Paese all’interno della Commissione e siamo al servizio del personale europeo,  ho pensato, lavorando in un gabinetto al corrente di quello che succedeva nelle direzioni generali e conoscendo dove si sarebbero creati un nuovo servizio e dei nuovi posti di management, di creare un network fra le funzionarie italiane che sono già o capo unità o membri di gabinetto o consigliere, proprio perché conoscendosi si scambiassero le informazioni e aiutassero le più giovani, o quelle che volevano fare una una carriera, a progredire nella carriera e a conoscere le prospettive che erano aperte. 

È stato molto utile oltre che umanamente interessante. e ancora adesso, una volta all’anno, vado alle riunioni di questo gruppo, e anche le funzionarie degli altri paesi hanno fatto dei network dello stesso tipo.

Nel frattempo, tra il 2000 e il 2024-25 la situazione per le donne all’interno della Commissione è molto migliorata. Siamo passati da una presenza femminile nel management intorno al 22-23%  all’attuale  48%. La stessa Ursula von der Leyen, che ormai è presidente da sette  anni, aveva indicato un target di 50% di parità assoluta nelle funzioni dirigenziali tra uomini e donne. 

Successivamente, dal 2001, ho lavorato sempre in Commissione,  per cinque anni alla Direzione generale delle risorse umane, dove ero responsabile del Senior Management, cioè l’alta dirigenza; e abbiamo rivoluzionato completamente il funzionamento della promozione, della selezione della formazione e della valutazione degli altri funzionari, direttori e direttori generali, rendendo il processo di selezione molto più trasparente. 

Per esempio, prima c’era un po’ una cooptazione, uno diventava direttore o direttore generale perché veniva nominato dai commissari, dai direttori generali, senza passare per un filtro. Era una vera e propria cooptazione che aveva dato origine a una specie di old boys club, Cioè i direttori generali maschi tra loro sceglievano gli altri. E invece noi abbiamo introdotto una selezione per cui chi si candida a fare il direttore o il direttore generale viene sottoposto a una vera e propria selezione. 

(© Unife)

Quindi abbiamo democratizzato il processo di selezione e di questo sono molto fiera. Liberando da tutti questi lacci e laccioli la selezione, le donne sono emerse perché una volta che la valutazione diventa oggettiva è chiaro che le buone candidature arrivano in porto e così è stato anche per le italiane. Abbiamo avuto un’ italiana, adesso è direttore generale per la salute. Si chiama Sandra Gallina, ha fatto gli accordi per far arrivare i vaccini in tutta Europa, e prima di lei c’era stata un’altra che era direttore dell’ambiente, Paola Testori, quindi anche le italiane sono emerse in modo assolutamente soddisfacente.” 

Quindi, guardando al suo percorso dagli anni Ottanta fino ad oggi, c’è stato un momento in cui ha percepito che l’impegno per l’uguaglianza di genere stava davvero portando a un cambiamento concreto? 

“La percezione che c’era stato proprio un cambiamento dagli anni 2000 in poi è stata nettissima, anche perché c’era un fenomeno che purtroppo è generale delle donne. Le donne fanno fatica a proporsi, a candidarsi, a cercare di emergere,  e quindi un lavoro che avevamo fatto era anche quella di stimolo alle candidature femminili. 

Non ci sono mai state quote rosa, però ci sono state delle operazioni indirette di stimolo alle candidature, e la decisione che a parità di merito si sarebbe nominata una donna. E questo direi che è stato determinante”

Lei ha detto che le donne fanno fatica a proporsi ed ad emergere Quindi la domanda è se effettivamente lei ritiene utile le quote rosa per favorire la partecipazione femminile alla vita politica dell’Unione europea. 

“Quote rosa no…. oppure quote rosa solo all’inizio per rompere il ghiaccio, non per arrivare a rompere il soffitto di cristallo. Le quote rose possono servire per iniziare un movimento, non devono diventare un obbligo.

Quando verrà promossa una donna incompetente avremo vinto perché perché evidentemente l’importante è che le donne sempre di più si avvicinano, avvicinino alle candidature, prendano in mano il loro futuro. Quindi no quote rosa per quanto mi riguarda”

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