Fallito l’obiettivo principale dell’uscita dal fossile, la COP 30, che si è tenuta a Belém nell’Amazzonia brasiliana a metà novembre, segnerà comunque una svolta nel quadro geopolitico della lotta al cambiamento climatico: gli USA non ci sono più, l’Unione europea ha abdicato alla propria leadership ambientale mondiale ed emerge la Cina, con tutte le sue contraddizioni. E i popoli indigeni, grazie allo sforzo cooperativo del Brasile, sono entrati in scena (per restare, forse).
“Bersaglio mancato. La continua inattività collettiva mette a rischio l’obiettivo di temperatura globale” così l’ United Nation Environment Programme (UNEP) titola l’ Emissions Gap Report, pubblicato poco prima dell’inizio di COP 30.
E così crolla tutta l’architettura messa in piedi a Parigi dieci anni fa alla COP 21 per contenere l’aumento della temperatura entro 1,5 gradi (anche se c’è l’impegno di molti Stati per costruire su altri tavoli una roadmap volontaria a partire dal prossimo aprile a Santa Marta in Colombia).
Si rimanda alla responsabilità dei singoli Stati, con Usa, Cina e Ue su posizioni diverse
Per Gianfranco Franz, docente presso il Dipartimento di scienze dell’ambiente e della prevenzione dell’Università di Ferrara, autore del libro “L’Umanità a un bivio. Il dilemma della sostenibilità a trent’anni da Rio de Janeiro”, questo fallimento segna il tramonto definitivo – passati gli anni dell’ottimismo, quelli della pandemia e giunti al tempo delle guerre – del ruolo delle COP.
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Come siamo giunti a questo punto di stallo per quanto riguarda le emissioni e come sta cambiando il quadro generale sia dal punto di vista degli interventi finanziari per l’adattamento climatico sia da quello del nuovo assetto geopolitico ambientale (USA, Cina, Ue e popoli nativi) lo sintetizza Sara Carmignani
Ecco come siamo arrivati a questo punto e come sta cambiando il quadro
La “nuova mappa geopolitica della lotta al cambiamento ambientale”, dunque, che abbiamo detto costituisce la novità più significativa di questa COP. Partiamo dall’Europa. Il suo arretramento rispetto agli obiettivi degli ultimi anni è il fatto che ci colpisce di più, anche perché l’abbandono degli USA, usciti su posizioni negazioniste, era annunciato da tempo e perchè al Vecchio continente, nano politico ma presunto faro di valori etici, la leadership in questo campo era rimasto l’unico punto di rilevanza internazionale, dopo la debacle della guerra in Ucraina. Tutto parte dall’indebolimento del Green Deal, dentro i confini del Continente. E il nostro Paese è fra quelli che tirano il freno.
Nel cambiamento di ruoli che si profila sulla scena internazionale, quello della Cina è certamente il più significativo. Grande inquinatore, ma anche campione nelle energie rinnovabili, il gigante asiatico è per la prima volta giunto al traguardo della riduzione delle emissioni, e potrebbe assumere un ruolo di guida in un contesto che guarda al multilateralismo e che ha nei BRICS (il raggruppamento delle economie emergenti) il suo crescente punto di forza economico.
Ma è un Paese autocratico, in cui le decisioni di contrasto al cambiamento climatico sono efficaci perché prese dall’alto e non il frutto di una scelta, per quanto lenta e difficile, dei cittadini, come avviene nelle democrazie occidentali. Una bella sfida per queste ultime, su un piano che segnerà i destini dell’Umanità.
E proprio l’Amazzonia, dove si è svolta la COP, sarà teatro di un colossale intervento infrastrutturale: la “Ferrovia bioceânica”, che andrà ad aggravare la situazione di quello che viene definito Arc of Deforestation.
C’è un altro attore sulla scena della nuova mappa geopolitica ambientale che ha affermato la propria presenza, grazie anche alla volontà del Brasile: i popoli indigeni. Sono giunti da molto lontano con un viaggio dall’alto valore simbolico e dal forte intento politico, che da un lato ha richiamato i diritti ancestrali su terre che hanno attraversato e dall’altro ha affermato l’insostituibilità della loro presenza come custodi della natura.
Sarà poi tutto da vedere se nelle prossime Conferenze, lontano da Belém, potranno ancora avere voce in capitolo.
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Massimiliano Mazzanti, direttore del Dipartimento di economia e management dell’Università di Ferrara, ricostruisce un bilancio a luci e ombre. In questo quadro politico dinamico e instabile, alcuni punti fermi si possono comunque delineare: i costi del cambiamento climatico sono più rilevanti nel sud del Mondo, i Paesi produttori di petrolio dovrebbero accelerare la transizione ecologica, le politiche ambientali efficienti generano buoni risultati sia ambientali sia economici grazie all’innovazione e alle politiche di scambio delle emissioni che hanno un ruolo fondamentale
Fondamentali le politiche di scambio delle emissioni
A Belém, nel cuore dell’Amazzonia, si è parlato molto anche di foreste e oceani. Sono loro l’altra faccia della medaglia della riduzione della CO2, insieme alla diminuzione delle emissioni. Nuovi accordi di tutela sono stati rafforzati o sottoscritti, lasciando ben sperare anche per la biodiversità. Ma le foreste fanno gola a molti interessi, e l’azione sulle foreste è diventata negli ultimi venti anni un business
Ma c’è il pericolo che gli interventi sulle foreste siano greenwashing per fare affari
