Da tempo il problema dello stoccaggio dell’anidride carbonica (Carbon Capture and Storage – CCS) è al centro di un acceso dibattito che abbiamo seguito.
La CCS consiste nella cattura della CO2 emessa dalle industrie e nel suo stoccaggio permanente in formazioni rocciose sotterranee.
Eni e Snam stanno sviluppando il progetto Ravenna CCS – il primo in Italia – che consiste nella realizzazione di un’ infrastruttura CCS in cui l’anidride carbonica emessa viene catturata all’origine, trasportata e immagazzinata nei giacimenti di gas esauriti dell’Adriatico.
L’obiettivo dichiarato è contribuire alla riduzione delle emissioni dei distretti industriali per renderli più sostenibili e più competitivi sul mercato, creando le condizioni per nuove opportunità di crescita economica attraverso la decarbonizzazione.
Su questi temi pubblichiamo il commento che ci ha inviato Francesca Cigala Fulgosi della Rete Giustizia Climatica di Ferrara.
di Francesca Cigala
L’Emissions Gap Report 2025, l’analisi con cui il Programma ambientale delle nazioni unite (United Nations Environment Programme UNEP) traccia i trend del riscaldamento globale, sancisce la gravità dell’emergenza climatica in atto e ci dice che siamo ben lontani dagli obiettivi dell’agenda di Parigi, che le politiche attuali ci portano verso +2,8°C entro il 2100 e che se vogliamo proteggere e salvare l’umanità e il Pianeta c’è una sola strada percorribile: diminuire drasticamente e con urgenza l’uso dei combustibili fossili.
Ma le lobby del fossile e degli interessi finanziari si oppongono fortemente a questa inversione di rotta e cercano di influenzare in tutti i modi le politiche energetiche ed ambientali.
Lo dimostra l’esito della recente COP 30 di Belén che si è conclusa, a seguito delle pressioni dei petrostati e delle multinazionali petrolifere, senza alcun impegno ufficiale ad abbandonare i fossili, escludendo l’elaborazione di una road-map per la transizione dai combustibili fossili richiesta da ben ottantadue Paesi.
A fronte del fallimento delle trattative intergovernative, diventa sempre più necessario spostarsi da una dimensione planetaria generale a una dimensione locale e impegnarsi sui territori per tentare di ridurre gli impatti dell’attività antropica, per fare pressione sui governi locali affinché vengano presi tutti i provvedimenti necessari all’uscita dal fossile e per decidere con la partecipazione dei cittadini cosa si può fare, o cosa non si può più fare, per contrastare l’effetto serra.
Il progetto Ravenna CCS
Ravenna CCS è il primo impianto italiano per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica realizzato a Ravenna da Eni e Snam. Ravenna dovrebbe diventare l’hub CCS di riferimento per l’Europa meridionale e il Mediterraneo.
Per Eni e Snam la CCS rappresenta una leva fondamentale per la transizione energetica, “per poter decarbonizzare le produzioni delle industrie più energivore, per cui, allo stato attuale, non vi sono alternative tecnologiche altrettanto efficaci”. E i progetti di CCS “possono creare opportunità di crescita e sviluppo perché rendono più competitive le attività industriali riducendo le loro emissioni di CO2”.
Per le associazioni ambientaliste e molti scienziati la CCS rappresenta una delle operazioni più eclatanti di greenwashing a favore delle lobby del fossile, “proporre la cattura e lo stoccaggio della CO2 rappresenta un alibi straordinario per continuare a usare i fossili contribuendo alla crescita esponenziale del disastro ambientale”.
Una falsa soluzione, secondo il rapporto di ReCommon. Una tecnologia più rischiosa che utile”, per il WWF che chiede di escludere il ricorso alla CCS quale soluzione per la strategia di decarbonizzazione.
Dalla Romagna all’Europa
Nella prima fase, il progetto Ravenna CCS, la CO2 emessa dalla centrale Eni di Casalborsetti viene catturata e trasportata alla piattaforma di Porto Corsini, al largo di Ravenna, per essere iniettata e stoccata permanentemente in un giacimento di gas esaurito, a circa 3mila metri di profondità. La previsione è lo stoccaggio di 25 mila tonnellate per anno.
A ottobre 2024 ENI e SNAM hanno annunciato l’avvio delle attività mettendo le popolazioni di fronte ai fatti compiuti, senza che queste siano state protagoniste di qualsivoglia consultazione.
Nella seconda fase, il progetto Pianura, la CO2 del polo chimico di Ferrara verrà catturata e trasportata, dopo la realizzazione di un lunghissimo gasdotto di 75 chilometri, attraverso i territori di Ferrara, Voghiera, Portomaggiore e Argenta, alla stazione di pompaggio di Casalborsetti, e da qui alla piattaforma di Porto Corsini, al largo di Ravenna, per essere iniettata e sotterrata. La previsione è di stoccare fino a 4 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030.
Nella terza fase, con il progetto Callisto, prolungando il gasdotto da Ferrara, Ravenna riceverà CO2 da Marghera e da altri impianti energivori del Nord Italia. Riceverà poi CO2, via nave, dalla Francia, da Marsiglia e dalla valle del Rodano. A fine 2023, la Commissione europea ha infatti inserito il progetto di ENI e Snam, in partnership con Air Liquide, “Callisto Mediterranean CO2 Network”, nella lista dei progetti infrastrutturali transfrontalieri chiave per l’Europa. Lo stoccaggio di CO2 previsto è fino a 16 milioni di tonnellate all’anno.
Sarà poi anche ferrarese uno dei primi esempi di CCS applicata a un impianto di termovalorizzazione. Hera ha presentato un progetto per catturare, con una tecnologia enzimatica di Saipem, l’anidride carbonica in uscita dai camini per poi stoccarla nei fondali marini di Ravenna per abbattere le emissioni di CO2 prodotte (64.000 tonnellate annue).
Scrive Hera.” È un traguardo molto importante, che ci vede pionieri in Italia … Si tratta di una tecnologia sicura…che associa le attività di economia circolare volte al recupero della materia con i processi di decarbonizzazione. Con questa soluzione allunghiamo la vita degli impianti aumentandone la resilienza”.
In questo modo invece, diciamo noi, così si riuscirà a mantenere più a lungo in vita l’inceneritore, mantenendo i profitti per Hera (già oggi potrebbe essere dismessa una delle due linee dell’impianto, dato che il 61% dei rifiuti bruciati sono rifiuti speciali).
I rischi: sismico, di tossicità, chimici, trasporto e fuga
Rischi di sismicità indotta: gli effetti a lungo termine di grandi quantità di CO2 immesse in un sito di stoccaggio geologico sono ancoar poco conosciuti, ma terremoti di magnitudo non trascurabile legati ad iniezioni di Co2 nel sottosuolo sono stati registrati negli Stati Uniti, in Algeria, in Canada e nel Mare del Nord; questo rischio non va sottovalutato nel territorio ravennate che presenta un rischio sismico medio-alto ed è soggetto a significativi fenomeni di subsidenza.
Rischi di tossicità: rischi di intossicazione fino all’asfissia legati alla gestione della CO2 ad alta pressione. La CO2, inodore e incolore, se rilasciata in grandi quantità in spazi confinati (impianti di cattura, stazioni di pompaggio, locali tecnici), sposta l’ossigeno creando un ambiente immediatamente pericoloso per la vita.
Le infrastrutture di trasporto, come i gasdotti che dovranno attraversare il territorio nazionale, opereranno a pressioni elevate per mantenere la CO2 in uno stato supercritico o liquido, amplificando il potenziale di danno in caso di perdite o rotture strutturali.
Rischi nel processo di cattura: gli impianti industriali che installano unità di cattura della CO2 introducono nuovi rischi chimici legati all’uso di solventi e reagenti (come le ammine nel processo di post-combustione).
Rischi nel processo di trasporto: la CO2 è corrosiva per i condotti. Una rottura del gasdotto espone la popolazione a gravi rischi per la salute.
Nel 2023 un carbonodotto è esploso a Satartia in Mississippi con decine di feriti e negli ultimi 15 anni sono state documentate ben 76 fuoriuscite della CO2 negli Usa. In particolare poi i territori attraversati dal gasdotto da Ferrara a Ravenna sono ambienti fragili: molte tratte sono in zona sismica 2, tra Argenta e Alfonsine, e in zone a rischio allagamento come successo con le recenti alluvioni ( il gasdotto attraverserà il Lamone ).
Rischi nel processo di stoccaggio: sono possibili fughe della CO2 sequestrata,, disastri come quelli di Trecate e della Deepwater Horizon mostrano che non è sufficiente la stabilità geologica a scongiurare fughe.
Il rilascio in mare aperto provocherebbe l’acidificazione del mare con profonde conseguenze per la fauna e l’ambiente.
Una fuoriuscita improvvisa potrebbe creare danni gravi alla salute della popolazione. In aree sismiche caratterizzate dalla presenza di faglie note, come la fascia adriatica, non si può escludere che terremoti modifichino la capacità futura di un sito di stoccaggio di trattenere il contenuto.
Insufficiente valutazione di impatto ambientale (VIA): i progetti non vengono sottoposti a un’adeguata valutazione, completa e trasparente, a causa delle nuove procedure. Il progetto Ravenna CCS è stato avviato senza nessuna valutazione di impatto ambientale perché rientrante tra le opere strategiche per la transizione energetica di pubblica utilità e urgenza ( i progetti sperimentali per lo stoccaggio fino a 100mila tonnellate di CO2 possono partire senza una valutazione degli impatti ambientali).
Il progetto Pianura, verrà realizzato con procedure di valutazione ambientali accelerate e semplificate, dimezzando anche i tempi per le osservazioni dei cittadini.
insufficiente iI bilancio dei pochi impianti esistenti
La tecnologia CCS è ancora in una fase sperimentale di ricerca, con risultati fallimentari o incerti, non è una soluzione matura,
E non è efficiente per affrontare la crisi climatica. Secondo l’ Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), infatti entro la scadenza del 2050 la CCS, anche se venisse adottata diffusamente, potrebbe arrivare a ridurre al massimo l’8% delle emissioni del settore energetico. Ora agisce per lo 0,12%.
La storia della CCS è caratterizzata dal fallimento. Tra il 1995 e il 2018 sono stati intrapresi oltre 260 progetti CCS: di questi solo 27 sono stati completati.
Uno studio pubblicato nel 2022 dall’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA) ha riscontrato che i progetti di cattura del carbonio con prestazioni insufficienti superavano notevolmente quelli di successo: “dieci tra i 13 maggiori impianti CCS al mondo analizzati (che ammontano a circa il 55% della capacità nominale di cattura installata a livello globale) o sono ampiamente sottoperformanti o sono falliti”. “Sebbene ci siano alcune indicazioni che potrebbe avere un ruolo da svolgere in settori difficili da abbattere come cemento, fertilizzanti e acciaio, i risultati complessivi indicano un quadro finanziario, tecnico e di riduzione delle emissioni che continua a sovrastimare e performare meno”, e Bruce Robertson, autore dello studio ha concluso così: “Come soluzione per affrontare l’aumento catastrofico delle emissioni nel suo attuale quadro, la CCS non è una soluzione climatica”.
Secondo Oil Change International: “Non solo risulta che i principali impianti in Usa, Australia, e Medio Oriente operano a capacità significativamente ridotte (tra il 10 e il 60%), ma la maggior parte di quelli operativi utilizzano la CO2 per estrarre ulteriormente idrocarburi attraverso il processo di Enhanced Oil Recovery”.
Per quanto riguarda poi il bilancio energetico ogni singolo stadio del processo CCS richiede molta energia. “Una quota superiore al 30% di quella prodotta da una centrale termoelettrica a combustibili fossili viene impiegata solo per il processo di separazione del CO2 mediante ammine”, spiega Armaroli. Un’analisi comparativa dimostra inequivocabilmente che l’elettricità prodotta dalle energie rinnovabili ha un ritorno energetico superiore a quello della elettricità da centrali termoelettriche dotate di CCS.
Infine, agendo solo sulla CO2, non contribuisce a ridurre le altre emissioni inquinanti prodotte dalla combustione dei fossili, come invece fanno le altre opzioni di decarbonizzazione.
Costi insostenibili senza finanziamenti pubblici
Il CCS è’ una tecnologia economicamente non sostenibile. Ogni fase del processo è estremamente costosa.
l’IPCC in una panoramica delle opzioni di mitigazione e dei relativi intervalli stimati di costi e potenziali, tra le diverse misure per la decarbonizzazione, attribuisce alla CCS costi tra i più elevati e risultati tra i più irrisori.
Innumerevoli nel mondo sono i progetti falliti sul piano economico. Secondo Zero Carbon Analytics la CCS non è riuscita a decollare per due motivi: i costi e la crescente competitività delle energie rinnovabili. A fronte del crollo dei costi del solare e dell’eolico, il costo della CCS è rimasto altissimo e invariato negli anni, e i progetti attualmente esistenti sono per la maggior parte sostenuti con sussidi pubblici.
Anche nel caso locale il progetto Ravenna CCS è stato avviato nel 2024 solo dopo aver avuto garanzia di finanziamenti pubblici.
Utilizzando i pozzi esausti per lo stoccaggio della CO2 le compagnie petrolifere avranno l’immediato vantaggio economico di risparmiare gli ingenti costi per le bonifiche dovute, procrastinandoli a un tempo indefinito. Quindi si accollano alle generazioni future non solo i rischi della CO2 stoccata, ma anche quelli della bonifica di infrastrutture sostanzialmente anacronistiche.
Bilancio costi/benefici
I diversi progetti di CCS finora, nel mondo, si sono dimostrati deludenti, insicuri, assolutamente non convenienti economicamente e, soprattutto, non utili a contrastare il cambiamento climatico.
“Produrre CO2 per poi catturarla e immagazzinarla è un procedimento contrario ad ogni logica scientifica ed economica; è molto più semplice ed economico usare, al posto dei combustibili fossili, le energie rinnovabili, fotovoltaico, eolico, idroelettrico, che non producono né CO2, né inquinamento” afferma Vincenzo Balzani, professore emerito del dipartimento di Chimica di UniBo.
“Il tempo è scaduto: non abbiamo margini per investire tempo e risorse pubbliche in una soluzione come la CCS che, dopo oltre 50 anni di costosi quanto clamorosi insuccessi, non ha mostrato la capacità di poter andare oltre il suo perenne status di curiosità scientifica.” afferma Nicola Armarolii dirigente di ricerca del CNR.
Per noi della Rete Giustizia Climatica la cattura e stoccaggio della CO2 viene proposta come operazione in favore del clima, ma è solo una facciata dietro cui le società degli idrocarburi si nascondono per continuare a estrarre gas e petrolio il più a lungo possibile, ottenendo l’autorizzazione a rimandare sine die il taglio delle emissioni, a scopo di lasciare la situazione complessiva così come sta: quindi si tratta di una grande operazione di greenwashing.
