Si è chiuso recentemente il ciclo di tre incontri con ex-funzionari italiani delle istituzioni europee “Italiani d’Europa” organizzato dai dipartimenti di Giurisprudenza e di Studi umanistici dell’Università di Ferrara in collaborazione con il CDE (Centro di documentazione e studi sull’Unione europea).
Questi funzionari – come dice Jacopo Alberti, docente in diritto dell’Unione europea, direttore del CDE e organizzatore del ciclo – con un lavoro in gran parte invisibile ai cittadini e molto spesso mistificato “hanno reso l’Europa… più italiana e l’Italia più europea”.
Alberti ha coinvolto, con la giurista Marcella Cometti di Unife, un gruppo di studenti dei due dipartimenti direttamente nella realizzazione degli incontri e nella comunicazione dei contenuti.
Gli abbiamo chiesto di fare il punto sui temi centrali del rapporto fra cittadini e Unione anche alla luce di questa esperienza

Una delle accuse che viene mossa all’Unione europea è di essere “lontana dai cittadini”, in mano ai “burocrati” che ne condizionano pesantemente le scelte; è vero? alla base di queste accuse ci sono motivi reali o è una percezione in parte o in tutto infondata? pesa anche la comunicazione/propaganda di soggetti politici definiti “sovranisti”?
“Le Comunità europee nascono con un approccio funzionalista, ovvero: posto che gli Stati europei, appena usciti da due guerre, al momento non possono fondersi in uno Stato federale, iniziamo a creare un soggetto che risolva i loro problemi comuni; così facendo getteremo le basi per una solidarietà di fatto tra questi Stati che, passo dopo passo, ci porterà a uno Stato federale.
Poste queste premesse, è ovvio che i problemi comuni – all’epoca, gestire le materie prime per la ricostruzione, l’approvvigionamento energetico, il riarmamento degli eserciti, le reti di trasporti… – hanno bisogno di esperti che sappiano come risolverli. Quindi è chiaro (ma direi anche opportuno…) che alla base ci sia una competenza tecnica.
Ciò posto, dire che è lontana dai cittadini l’unica organizzazione internazionale al mondo che ha un Parlamento direttamente eletto dai cittadini, che in moltissime materie ha gli stessi poteri del Consiglio che riunisce i governi nazionali, che almeno dal 2014 ad oggi indirizza la scelta del Presidente della Commissione europea… mi pare quantomeno semplicistico.
Quanto al tema comunicativo… a me è molto caro; ovvio che tantissimo è fatto da una propaganda che vuole mantenere i poteri a livello statale (o meglio: che ha bisogno di un nemico comune; perché poi anche i partiti sovranisti dicono che i problemi che segneranno quest’epoca, dall’immigrazione all’intelligenza artificiale, deve risolverli l’Europa, che quindi è la madre di tutti i problemi ma anche la madre che tutti quei problemi può risolvere). Qui si sente la mancanza di una comunicazione europea forte, accentrata, tempestiva: in altri termini, di politici o vertici istituzionali capaci di rispondere dichiarazione su dichiarazione. Ma non è una colpa dell’Europa non avere questo stile comunicativo: è semplicemente che, di fronte alle regole attualmente in vigore, semplicemente non può averlo.”
Se non si tratta solamente di una percezione, quali sono i cambiamenti più importanti o più urgenti che andrebbero fatti perché i cittadini possano sentire le istituzioni europee meno lontane? Alcuni di questi sono realizzabili in tempi brevi, o si tratta di cambiare meccanismi complessi che richiedono tempi lunghi?
“Il tema ci porta troppo lontano, sia in senso assoluto, sia con riguardo all’iniziativa “Italiani d’Europa” di cui siam qui a parlare. Cercherei di esser concreto: le elezioni europee del 2014 sono ricordate da tutti come quelle “del PD di Renzi al 40%”. Ebbene: erano le prime, e qualcuno forse direbbe anche le ultime, in cui gli elettori avevano la possibilità di scegliere il Presidente della Commissione europea. Il Presidente della Commissione europea, ovvero l’organo che secondo una certa narrazione è il più tecnocratico di tutta l’Unione europea, che viene eletto direttamente dai cittadini europei! Nemmeno il Presidente del Consiglio italiano è eletto direttamente dai cittadini. E gli elettori italiani non ne erano (sono?) neanche consapevoli!
Tant’è che prima delle elezioni si tenne, quell’anno come nelle volte successive, a Maastricht, un dibattito tra tutti i candidati alla presidenza della Commissione europea. Lo abbiamo proiettato, a maggio 2024, all’ex Teatro Verdi di Ferrara. Ci saranno state 50 persone – età media direi sotto i 23 anni.
Tanto si può fare per avvicinare le istituzioni ai cittadini, e certamente quanto ho appena detto non basterebbe per risolvere il problema; ma banalmente rendersi conto di quanto già si è fatto e di quante cose semplicemente non siamo consapevoli già sarebbe un primo passo.
Gli eventi “Italiani d’Europa” e i podcast che ne deriveranno – in uscita da gennaio 2026 su tutte le piattaforme – sono un piccolo tentativo in questa direzione.”
In una prospettiva di cambiamento di questo tipo, gli apparati burocratici hanno un peso? Possono costituire un elemento di resistenza?
“L’Europa non si farà in una sola volta, ma con una serie di realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto. Vado a memoria, ma così dice la dichiarazione Schuman del 1950 da cui l’Europa che conosciamo prende le mosse.
Ergo, la storia dell’Europa è una storia di continuo divenire, di continuo cambiamento, di continua modifica dello status quo. E quindi, ovvio, le tradizioni nazionali, gli apparati burocratici nazionali, gli stessi apparati europei con le loro consuetudini hanno un peso e costituiscono una resistenza al cambiamento; ma, come dire… questa resistenza è strutturale all’Europa stessa, è fisiologica; sarebbe come interrogarsi su quanto sarebbe più facile far volare gli aerei se non esistesse la forza di gravità. Insomma, non la userei come giustificazione per spiegare come mai qualche cosa non succede – se non a un primo livello di analisi.”
In questo quadro, il nostro Paese ha un ruolo particolare? È cambiato nel tempo?
“Da Paese fondatore, eccome se ce l’ha. Devo frenare un po’ i miei istinti da giurista ed evitare di snocciolare istituti giuridici, regolamenti, negoziati cruciali creati o risolti con un intervento “italiano”. Ma siamo onesti: molti altri Paesi e gli uomini e le donne di molti altri Stati hanno dato un contributo cruciale.
Noi ci siamo limitati a raccontare la storia “italiana”. E, senza spoilerare niente (mi è concesso il neologismo giovanile?), nei podcast “Italiani d’Europa” si troveranno diversi esempi concreti di cosa gli italiani e le italiane hanno, concretamente, portato all’Europa che vediamo oggi.”
A cosa i cittadini europei dovrebbero guardare per cogliere l’importanza e l’utilità di essere tali ? In particolare gli italiani?
“Poter spendere la stessa moneta da Lampedusa a Helsinki? Non pagare costi aggiuntivi del cellulare quando andiamo in altri Paesi europei? Varcare confini senza dover chiedere visti, permessi e, per giunta, grazie a un documento che non mi ha rilasciato un governo, ma un ente locale come il piccolo paese dove vivo? Aver la garanzia che i nostri controlli sui cibi, sui detergenti, sui farmaci sono gli stessi anche se ci troviamo all’estero? Poter chiedere aiuto all’ambasciata di un altro Paese europeo se sono all’estero e non posso raggiungere l’ambasciata italiana?
Sono solo le cose più contingenti che mi sono venute in mente.
In termini più astratti, invece, credo che dovremmo iniziare ad essere orgogliosi di essere comunque la terza economia mondiale, di essere almeno uno dei centri di potere del mondo, di essere tra i luoghi della terra che offrono le migliori condizioni di vita… pur lasciando libertà ai propri cittadini: di parola, di espressione, di culto… gli USA ormai garantiscono standard inferiori a quelli europei e la Cina… direi che attinga proprio ad un diverso concetto di “standard”.
Certo, il passo successivo del sentirsi europei potrebbe anche essere quello di rivendicare e “proteggere” maggiormente la centralità dell’Europa stessa nel mondo: ma non solo se si è mossi da ideali europeisti, non mi fraintenda. Oggettivamente, chiunque desideri proteggere la più pura sovranità nazionale non può non ammettere che si è delineato un nuovo ordine mondiale. Gli USA – a prescindere che alla Casa Bianca ci siano repubblicani o democratici – non sono più quelli che abbiamo sognato dal dopoguerra in poi; la Russia si è totalmente saldata alla Cina.
Noi possiamo essere un mercato da conquistare o rivendicare il nostro posto nel mondo. Con un’Europa forte, le identità dei singoli Paesi europei rimangono e si coordinano per risolvere i problemi comuni; con un’Europa debole, diventano vassalle di Washington o Pechino, al limite per interposta Mosca. E, beninteso: in quest’ultimo caso, poi la linea da seguire non viene data da negoziati, direttive, sentenze – a cui comunque un rappresentante italiano partecipa sempre! – ma da metodi, diciamo… più invasivi.
L’Erasmus è un programma che ha avuto un grande successo e ha avvicinato concretamente i giovani cittadini all’idea dell’Europa unita. È un modello che potrebbe essere applicato ad altri campi?
È già applicato al mondo professionale, non più solamente studentesco: in un convegno a giugno ho incontrato una serie di giudici italiani che avevano appena terminato un periodo di visita presso omologhi colleghi spagnoli, in cui li avevano affiancati in ogni fase del lavoro, dalle udienze, alle camere di consiglio in cui venivano prese le decisioni sulla causa, alla scrittura delle sentenze. Definirli entusiasti mi pare riduttivo.
Fuori dall’aneddotica, l’Erasmus in definitiva significa poter andare all’estero e veder riconosciuto in Italia ciò che fai fuori. Questo principio ormai si applica a tantissimi ambiti: un farmaco che può essere commerciato in tutta l’Unione europea se autorizzato dalle autorità italiane, un titolo professionale (avvocato, per fare un esempio) che può essere riconosciuto anche in Paesi diversi da quello in cui è stato conseguito.
C’è ancora tanto da fare, anche sugli esempi che ho appena portato; però, ecco, dopo oltre 70 anni di integrazione europea, credo che i tempi siano maturi per concentrarsi anche su cosa sia stato fatto, non solo su cosa manchi; e forse, questo cambio di paradigma ci potrebbe anche dare una diversa prospettiva sul ruolo che possiamo (dobbiamo?) giocare nelle sfide più attuali. Invece di pensare a cosa ancora ci manca per affrontare la questione, e quindi parlare di maggioranze, unanimità, eserciti ancora divisi… guarderei a quanto è già stato fatto e, quindi, a cosa la nostra storia (senza scomodare le “s” maiuscole) ci chiama a fare. Che chiaramente poi ci porta a parlare di quegli stessi temi; ma, forse, con un animo più leggero e… conscio dei propri mezzi.
Nel nostro piccolo, con “Italiani d’Europa” proviamo a perseguire questa linea. Da docente, è stato veramente arricchente vedere come gli studenti – perché sono podcast pensati e prodotti dai nostri migliori studenti – hanno declinato questi temi. Buon ascolto!

