Trump parla di ripresa dei test nucleari. Passare dalle dichiarazioni ai fatti avrebbe gravissime ripercussioni a molteplici livelli Intanto la Commissione esteri della Camera boccia la risoluzione Boldrini sui trattati per il disarmo nucleare

Trump parla di ripresa dei test nucleari. Passare dalle dichiarazioni ai fatti avrebbe gravissime ripercussioni a molteplici livelli

Intanto la Commissione esteri della Camera boccia la risoluzione Boldrini sui trattati per il disarmo nucleare

In uno scenario sempre più critico di corsa agli armamenti ormai fuori controllo e di totale assenza di prospettive di nuovi negoziati per la limitazione di armi nucleari, la Commissione esteri della Camera ha respinto mercoledì 19 la risoluzione – a prima firma dell’on. Laura Boldrini – che proponeva di “riconoscere la crescente instabilità dell’attuale scenario globale, segnato da una rinnovata corsa agli armamenti nucleari”. La risoluzione, presentata anche in ricordo delle vittime di ottanta anni fa di di Hiroshima e Nagasaki, impegnava  il Governo sul tema del disarmo chiedendo di avvicinare il Paese al Trattato per la proibizione delle armi nucleari (Tpnw).

«La risposta del Governo – commenta Francesco Vignarca, coordinatore Campagne di Rete Pace Disarmo- non solo conferma senza esitazioni la piena adesione alla strategia di deterrenza nucleare  della NATO, ma ammette apertamente il contributo italiano al nuclear sharing. È un’ammissione di grande rilievo politico, che arriva però senza che il Parlamento e il Paese abbiano mai avuto un confronto serio sulla scelta di essere parte attiva di una dottrina che contempla anche il ‘primo uso’ dell’arma nucleare.” 

Alessandro Pascolini, a commento delle dichiarazioni di  Donald Trump sulla possibile ripresa dei test delle armi nucleari, illustra cosa sono i test e le implicazioni passate e future del loro controllo.

Grande risonanza e attente analisi ha ricevuto il messaggio del presidente Donald Trump del  30 ottobre, contenente l’affermazione: “A causa dei programmi di sperimentazione di altri  paesi, ho incaricato il Ministero della guerra di iniziare a testare le nostre armi nucleari allo  stesso livello.” 

Abbiamo imparato che le dichiarazioni del presidente americano non vanno  prese alla lettera e che spesso contengono “verità alternative”, per cui il suo intervento, forse, intendeva riaffermare la forza e preparazione della forza nucleare degli Stati Uniti a  fronte delle altre potenze nucleari. Comunque, la pubblicità all’intervento di Trump ha riacceso l’attenzione dell’opinione pubblica sui test nucleari, eclissata dalla lunga moratoria  di tali esplosioni. 

È importante sottolineare che la forza nucleare di un paese si fonda su tre elementi  fondamentali, tutti indispensabili: le testate esplosive, i loro vettori e i sistemi di comando e  controllo nucleare. 

Per garantire la credibilità della strategia nucleare di ciascun paese  occorre che ognuno di questi elementi venga mantenuto efficiente, affidabile, sicuro e  protetto da interferenze esterne, con i potenziamenti resi possibili dagli sviluppi tecnologici.  Questo richiede una manutenzione e un ammodernamento continui, con specifiche  verifiche sperimentali e simulazioni. 

Mentre i test dei vettori (missili, aerei, …) e dei sistemi di comando e controllo  avvengono regolarmente senza limitazioni legali, i test esplosivi delle testate sono limitati da  trattati internazionali, bilaterali e norme unilaterali, oltre a rimanere inaccettabili  all’opinione pubblica: una loro ripresa avrebbe gravissime ripercussioni a molteplici livelli. 

Le tre fasi dei test nucleari

Una tipica arma termonucleare attuale è composta di circa 6000 parti, di cui solo 300  riguardano il complesso dei componenti nucleari, comprendente sia il primario a fissione  che il secondario a fusione. 

La messa a punto degli ordigni richiede quindi lo sviluppo delle  tecnologie necessarie per la funzionalità dei singoli componenti e serie di verifiche ed  esperimenti, fino al raggiungimento delle caratteristiche previste.  

Tutte le parti non nucleari vengono ovviamente studiate in laboratori con i metodi  specifici delle tecniche individuali, ma lo sviluppo delle armi a implosione richiede anche di  provare effettivamente esplosioni a piena potenza, per verificare il corretto accoppiamento  delle onde d’urto prodotte dalle lenti di esplosivo con la compressione del materiale fissile, e per controllare il preciso sviluppo dei vari stadi delle armi con componenti a fusione. 

Dal 1945 al 2017 (data dell’ultimo test nord-coreano) le potenze nucleari hanno  effettuato complessivamente 2412 test nucleari esplosivi per un’energia equivalente a 510  Mton di esplosivi convenzionali, circa 50 mila volte quella della bomba che ha distrutto  Hiroshima. 

La prima fase di sperimentazione, con test nell’atmosfera a varie quote, nello spazio, in  mare e al suolo, ha avuto gli obiettivi: studiare gli effetti delle esplosioni nelle diverse  condizioni ambientali e sulle varie strutture civili e militari; verificare la fattibilità di armi di  nuove concezioni; miniaturizzare le testate per impieghi con missili e artiglieria. 

La seconda fase si è basata su test sotterranei, in gallerie minerarie dismesse o,  preferibilmente, in pozzi scavati ad hoc (pozzi larghi un paio di metri e profondi fin oltre un kilometro). 

La prima esplosione sotterranea, americana, ebbe luogo nel 1951. Ulteriori test  portarono presto gli scienziati a concludere che le prove sotterranee avevano un valore  scientifico di gran lunga superiore a tutte le altre forme di sperimentazione, essendo meglio  controllate e fornendo maggiori informazioni. Inoltre, erano più accettabili all’opinione  pubblica e avevano minore impatto ambientale e sulle relazioni diplomatiche. 

Francia e  URSS svilupparono la tecnologia necessaria nei primi anni ’60, mentre gli inglesi utilizzarono  strutture americane. 

Questa fase, durata fino alle moratorie unilaterali degli anni ’90, ha compreso:  campagne pluriennali per la messa a punto e verifica di nuovi concetti per una varietà ordigni; lo sviluppo di tecnologie per esplosioni a scopo civile; lo studio dettagliato delle proprietà della materia nelle speciali condizioni di super-criticità e alle temperature e  pressioni dell’esplosione; la taratura di codici per simulazioni cibernetiche del  comportamento dei componenti delle varie armi. 

La presente terza fase impiega simulazioni ed esperimenti non esplosivi o subcritici in  speciali laboratori, a verifica dello stato operativo delle armi della riserva; per il controllo  dell’efficienza, resa e sicurezza delle armi in condizioni marginali; per lo sviluppo di nuove  versioni e ammodernamenti dei modelli base; per studiare proprietà particolari dei materiali  fissili e dei processi coinvolti nella fusione nucleare. 

La sperimentazione USA attuale: milioni di processori decine di migliaia di addetti, sei miliardi di dollari

Mantenere l’arsenale nucleare sicuro, inviolabile e affidabile rimane una necessaria priorità  per gli stati con armi nucleari, anche per estendere al massimo la vita operativa degli  ordigni. 

Mentre non sono rese note le specifiche attività svolte a tal fine dagli altri paesi  nucleari, la National Nuclear Security Administration (NNSA) del Dipartimento dell’energia  americano presenta biennalmente al Congresso il suo programma di gestione e governo  dell’arsenale nucleare (Stockpile Stewardship and Management Plan – SSMP), un ponderoso  e dettagliato documento che permette di comprendere la varietà delle operazioni  necessarie, la molteplicità delle strutture coinvolte, la forza lavoro e i costi necessari. Queste  informazioni fanno intuire, per analogia, i possibili programmi delle altre potenze nucleari. 

Il programma SSMP mira a una comprensione scientifica sufficientemente dettagliata  del processo esplosivo nucleare per identificare, comprendere e correggere eventuali  anomalie che potrebbero emergere durante il ciclo di vita delle armi. La valutazione  dell’arsenale nucleare si fonda essenzialmente su due attività scientifiche: la  sperimentazione e la simulazione. 

La simulazione delle esplosioni nucleari si basa sull’enorme quantità di informazioni  raccolte nei test esplosivi e sulle precise conoscenze scientifiche raggiunte in laboratorio sui  diversi processi di un’esplosione nucleare e sui materiali rilevanti. 

I progressi nello sviluppo dei codici e nei metodi numerici consentono complesse  simulazioni tridimensionali ad alta fedeltà per modellare fenomeni dinamici come la  turbolenza e l’idrodinamica complessa. 

La necessità di un’enorme potenza di calcolo ha  portato allo sviluppo del calcolo ‘exascale’, un’architettura parallela basata su nodi composti  sia da CPU (central processing unit) che da GPU (graphics processing unit). 

Il primo sistema  exascale del laboratorio di Livermore, El Capitan, impiega oltre 11 milioni di processori,  raggiunge 2 exaFLOPS (miliardi di miliardi di operazioni in virgola mobile al secondo), e  dispone di 5,4 petabyte (milioni di miliardi di byte) di memoria, per una potenza di 30 MW.  

La sperimentazione fornisce dati reali sui processi fisici e controlli empirici per  migliorare e validare  i modelli di simulazione, informazioni essenziali per definire i codici di progettazione e per prevedere le prestazioni delle armi nucleari. 

Esperimenti ‘idrodinamici’ esplorano la fisica dell’implosione dall’innesco all’inizio della  reazione a catena e forniscono dati sul comportamento di sistemi dinamici in scala reale, in  particolare sul funzionamento della fase di compressione e la regolarità spaziale e  temporale dell’implosione. In un test idrodinamico, esplosivi ad alto potenziale detonano  attorno a una massa di materiale inerte (U-238 e Pu-242) al posto dei corrispondenti isotopi  fissili, all’interno di una camera spessa e a tenuta d’esplosione.  

Quando l’intensa onda d’urto colpisce la massa, il comportamento del materiale viene  misurato da apparecchiature diagnostiche avanzate (anche impiegando raggi X e neutroni)  installate in tutta la camera. Il termine ‘idrodinamico’ è dovuto al fatto che l’esplosione è  sufficiente a portare il materiale campione allo stato fluido, ma non di plasma.  

Si chiama invece ‘idronucleare’ un test in cui si fa implodere del reale materiale fissile,  ma non si mantiene la condizione di ipercriticità tanto da raggiungere un’esplosione di piena  potenza: l’energia rilasciata va da misure piccolissime, anche inferiori a milligrammi  equivalenti di TNT, fino a qualche kilogrammo equivalente. In queste condizioni il materiale  raggiunge la temperatura di fusione, ma non quella di sublimazione e non si crea un plasma.  

Per evitare una piena esplosione si sostituisce parte del nocciolo nucleare con materiale non  fissile conservando le dimensioni geometriche; lo sviluppo della catena neutronica viene  misurato con precisione e scalato per determinare quello della bomba completa. In pratica  la strumentazione e le procedure per un esperimento idronucleare non differiscono da un  test sotterraneo a piena potenza, per cui gli Stati Uniti hanno sospeso questi test con la  firma del Trattato CTBT.  

Esperimenti subcritici, ossia su materiali nucleari speciali in condizioni tali da non  raggiungere la criticità e iniziare una reazione a catena, condotti presso il Nevada National  Security Site, permettono di studiare la risposta dei materiali fissili (in particolare plutonio) a  onde di compressione di diversa potenza e le loro proprietà –anche non-nucleari– in  situazioni eccezionali. 

Per lo studio dei regimi fisici che si susseguono nelle armi a fusione (trasporto della  radiazione, implosione del secondario, ignizione e resa) si fa ricorso anche a processi di  fusione inerziale: piccole capsule, per lo più sferiche e a più strati, contenenti deuterio e  trizio vengono illuminate istantaneamente da intensissimi impulsi laser da molte direzioni in  modo da raggiungere per compressione densità temperature sufficienti a innescare le  reazioni di fusione. Il più grande di questi apparati, l’enorme National Ignition Facility, a Livermore, concentra sul bersaglio l’impulso di 192 giganteschi laser operanti  nell’ultravioletto, fino a energie superiori a 1 MJ.

Il programma americano è particolarmente imponente: vi sono impegnate oltre 62800  persone presso vari laboratori del Dipartimento dell’energia e nel 2025 ha richiesto circa 6  miliardi di dollari.  

Trattati per la limitazione dei test nucleari 

La sperimentazione attuale e i programmi di sviluppo (e di non-proliferazione) devono  rimanere all’interno dei limiti posti dai vigenti trattati. La massiccia successione di esplosioni  nucleari atmosferiche comportò la produzione di un crescente fallout radioattivo su tutto il  pianeta. 

Associazioni di scienziati iniziarono a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle  potenziali conseguenze sanitarie, mentre organizzazioni pacifiste si battevano con  campagne pubbliche per il bando dei test e l’eliminazione delle armi nucleari. 

L’evento che definitivamente sensibilizzò l’opinione pubblica mondiale sulle esplosioni nucleari, forzando  i governi a prendere posizione, fu l’esperimento americano Castle Bravo del marzo 1954,  che contaminò una vastissima zona del Pacifico.

Dopo varie sterili iniziative diplomatiche, nel luglio 1963 iniziarono a Mosca seri  negoziati fra UK, URSS e USA e, non riuscendo a risolvere il problema di una soddisfacente  forma di verifica per i test sotterranei, il 5 agosto del 1963 si giunse al Trattato di bando  parziali dei test (Partial Test-Ban Treaty – PTBT), che entrò in forza il 10 ottobre 1963. 

Il trattato proibisce esplosioni nucleari nell’atmosfera, nello spazio esterno e sott’acqua  ma non limita i test sotterranei. Il PTBT ha attualmente 125 parti (10 firmatari non l’hanno  ancora ratificato); fra i paesi con armi nucleari, non hanno aderito al trattato Cina, Corea del  Nord e Francia; la Francia continuò i test nell’atmosfera fino al 1974 e la Cina fino all’ottobre  del 1980; i test nord-coreani sono stati tutti sotterranei. 

Nel 1974 l’URSS e gli USA raggiunsero trattati bilaterali per limitare la potenza dei singoli  test sotterranei a una resa massima di 150 kton, sia per obiettivi militari (Threshold Test Ban  Treaty – TTBT) che per esplosioni a scopo pacifico (Peaceful Nuclear Explosions – PNE), con  un limite di 1500 kton per la resa aggregata di un gruppo di esplosioni di un dato  programma pacifico. La ratifica dei trattati (11 dicembre 1990) richiese la stesura di  protocolli con rigorose forme di controllo e verifica, incluse ispezioni in loco per test di resa  prevista superiore a 35 kton.

L’obiettivo di un bando totale dei test venne mantenuto vivo da organizzazioni di  scienziati e movimenti pacifisti e ambientalisti e ripetutamente richiesto da gran parte dei  paesi non nucleari nelle conferenze di revisione del Trattato di non proliferazione (NPT) e  

del PTBT. 

Dal 1990, azioni a livello diplomatico e della società civile portarono alla  sospensione unilaterale dei test, prima dalla Russia (ottobre 1991), seguita dalla Francia  (aprile 1992) e da un riluttante George H.W. Bush (ottobre 1992), coinvolgendo  necessariamente anche i recalcitranti inglesi. 

Nel nuovo contesto politico internazionale, la Conferenza per il disarmo, dopo quasi tre  anni di intense trattative e complessi negoziati, giunse il 22 agosto 1996 alla redazione di  una bozza definitiva del Trattato per il bando completo dei test nucleari (Comprehensive  Test Ban Treaty – CTBT), che, grazie a un escamotage diplomatico per superare il veto  dell’India, venne approvato dall’Assemblea generale dell’ONU e aperto alla firma il 24  settembre 1996. 

A oggi, il trattato è firmato da 187 stati e ratificato da 178, tuttavia, come previsto  dall’articolo XIV, il CTBT entrerà in vigore solo dopo l’avvenuta ratifica da parte di 44 stati  con capacità nucleare avanzata. Fra questi, mancano le ratifiche di Cina, Egitto, Iran, Israele,  Russia e Stati Uniti, mentre Corea del Nord, India e Pakistan non l’hanno neppure firmato. 

Il CTBT vieta “qualsiasi esplosione di prova di armi nucleari o qualsiasi altra esplosione  nucleare”, ma non fornisce una definizione tecnica precisa di cosa costituisca  un’“esplosione”. Ciò ha lasciato spazio a interpretazioni contrastanti, portando a una  divergenza significativa tra le potenze nucleari. Gli Stati Uniti sostengono da tempo il  cosiddetto standard dello “zero yield”, secondo cui il trattato proibisce qualsiasi  esperimento che produca una reazione a catena nucleare autosostenuta, per quanto piccola  o breve, e spesso hanno sostenuto che altri stati producano test idronucleari. 

Per assicurare l’implementazione del trattato, incluse le forme di verifica e controllo, è  stata creata una Commissione preparatoria dell’Organizzazione per il CTBT (Comprehensive  Nuclear-Test-Ban Treaty Organization – CTBTO) con sede a Vienna. La commissione ha sviluppato una rete globale di rilevamento (International Monitoring System – IMS) con 337  stazioni per segnali sismici e idro-acustici, rivelatori di radionuclidi e di infrasuoni, a coprire  tutto il mondo.  

Il sistema internazionale di controllo è in grado di individuare e riconoscere esplosioni  nucleari anche di limitata resa; questa alta sensibilità del sistema IMS ci assicura della  sostanziale tenuta del CTBT, dato che la moratoria dei test viene rispettata da tutti i paesi e  che gli unici test dal 1998 sono stati quelli della Corea del Nord. 

Il CTBT continua a svolgere un ruolo cruciale nella complessa e, per troppi versi,  insoddisfacente situazione attuale, garantendo la stabilità del sistema di protezione dal  disastro nucleare. La posta in gioco è estremamente elevata: se venisse meno la norma  

internazionale che, da quasi trent’anni, scoraggia qualsiasi sperimentazione atomica,  l’equilibrio globale ne uscirebbe profondamente compromesso. È probabile che un singolo  cedimento aprirebbe la strada a una serie di test da parte di altre potenze nucleari,  alimentando una nuova e pericolosa corsa agli armamenti, questa volta orientata a costruire  testate sempre più avanzate. 

Un simile scenario non solo minaccerebbe la stabilità internazionale, ma intaccherebbe  anche l’intero sistema di non proliferazione faticosamente costruito negli ultimi decenni. Affrontare questa sfida è dunque un compito politico e diplomatico oltre che tecnico:  richiede trasparenza, dialogo e un impegno rinnovato a preservare una delle norme sul  controllo degli armamenti più importanti dell’età contemporanea. Solo così si potrà  impedire che la crescente diffidenza tra stati finisca per sgretolare uno dei pilastri della  sicurezza globale.

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