COP 30 ha evidenziato che affrontare i cambiamenti climatici significa anche salvaguardare la biodiversità. Le soluzioni basate sulla natura e sul riconoscimento dei diritti territoriali per proteggere gli ecosistemi recano in sé un’idea nuova, un cambio di paradigma: i cambiamenti climatici sono problematiche multifattoriali e vanno gestite non in modo compartimentalizzato come fatto fino ad ora, dando priorità ad un singolo aspetto alla volta, ma affrontate con approccio multisistemico.
La Conferenza rimette al centro foreste e oceano perché entrambi contribuiscono al clima sul nostro Pianeta; e sono custodi di biodiversità, la cui tutela rappresenta quindi una grande sfida strettamente interconnessa alle problematiche sul clima.
Alla COP 30 una task force sugli oceani è stata istituita su iniziativa di Francia e Brasile con l’obiettivo di rimettere al centro delle politiche climatiche degli Stati le azioni sugli oceani.
Questa iniziativa riafferma l’importanza della collaborazione internazionale e del multilateralismo nell’azione contro i cambiamenti climatici. In questa direzione, la presidenza di COP 30, in collaborazione con i Climate High-Level Champions e la Ocean Climate Platform – una coalizione di portatori di interessi – ha programmato una tabella di marcia (denominata Blue Package) che consenta di accelerare l’implementazione delle soluzioni sul clima, a partire dagli oceani, entro il 2028.
Ai lavori di COP 30, diciassette Paesi avevano già sposato l’idea della centralità delle politiche sugli oceani e durante i lavori della conferenza altri sei Paesi (ma non l’Italia) si sono aggiunti. Mr. Aloisio de Melo, segretario nazionale per i cambiamenti climatici al Ministero brasiliano dell’ambiente e dei cambiamenti climatici (Ministério do Meio Ambiente e Mudanças do Clima/ MMA) ha dichiarato che “Mai prima di oggi così tanti capi di Stato si sono allineati così chiaramente sulla necessità di mettere l’oceano al centro della risposta climatica globale”.
Perché l’oceano al centro delle azioni per il clima
L’oceano copre il 71% della superficie terrestre, è un ecosistema complesso che fornisce servizi essenziali alla vita sul Pianeta. Più del 25% dell’anidride carbonica emessa ogni anno dagli uomini nell’atmosfera è assorbita dagli oceani; inoltre anche gli ecosistemi marini come le “foreste blu” di mangrovie, assorbono fino a sei volte più CO2 delle foreste ma sono minacciati dall’acidificazione.
Gli oceani, insieme alle foreste, rappresentano anche il più grande fornitore di ossigeno, quindi il principale polmone del Pianeta e il cuore della macchina globale del clima.
Mettere gli oceani al centro delle politiche climatiche degli Stati: che l’orientamento della COP 30 fosse questo era chiaro già a giugno di quest’anno, quando alla Conferenza Onu sugli oceani (United Nations Ocean Conference-UNOC), Brasile e Francia avevano lanciato la NDC Challenge (Nationally Determined Contribution) affinchè tutti i Paesi potessero rimodulare le proprie azioni sul clima ripartendo dagli oceani.
Un anno fa, alla COP 29 era stato raggiunto un risultato senza precedenti: la fondazione di un piano quinquennale coordinato dalla UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) che guidasse l’azione della Global Climate Action Agenda fino al 2030, con l’obiettivo di allineare governi, privati e comunità verso l’implementazione degli accordi di Parigi.
L’obiettivo della Action Agenda Blue Package è quello di tagliare, entro il 2030, del 35% le emissioni globali di anidride carbonica. E tutto questo mentre si è impegnati a contribuire al raggiungimento degli obiettivi di Agenda 2030, inclusi gli accordi di Parigi, e la salvaguardia della biodiversità delineata dal Kumming-Montreal Global Biodiversity Framework (GBF) istituito alla COP 15 sulla biodiversità dopo un periodo di consultazioni e negoziazioni durato quattro anni, e che è ben lontano dall’obiettivo della protezione del 30% del Pianeta ripristinando il 30% degli ecosistemi degradati entro il 2030. .
I membri della Blue NDC Challenge si impegnano quindi ad adottare tutta una serie di azioni mirate alla protezione e ad uno sfruttamento “sostenibile” degli oceani, che comprende una gestione sostenibile di questa risorsa, la sua conservazione e il ripristino degli ecosistemi marini con la costituzione di aree protette.
Nella stessa direzione, i Paesi sono incoraggiati a promuovere la pesca sostenibile e l’acquacoltura al fine di assicurare salute e sicurezza delle risorse ittiche a lungo termine. Il Brasile ha aggiornato la sua NDC agenda promuovendo diverse iniziative, tra le quali il completamento del Marine Spatial Planning che mira al riordino integrato e sostenibile, delle attività umane sul mare, l’Integrated Coastal Management, per un’efficiente gestione degli ecosistemi costieri e programmi di tutela e ripristino delle barriere coralline e delle mangrovie.
Darsi questo orizzonte significa nel complesso continuare a fornire cibo, mezzi di sussistenza e stabilità climatica per le generazioni future.
La Tropical Forest Forever Facility per tutelare il patrimonio forestale globale
La COP 30 di Belém, capitale del Parà, in Brasile, sarà ricordata anche per l’istituzione della Tropical Forest Forever Facility (TFFF).
Durante i lavori preparatori, a Belém, il presidente Lula ha ricevuto il leader di più di trenta Paesi – da nazioni della foresta tropicale e da Paesi sponsor – il segretario generale dell’Onu e un rappresentante della Banca mondiale. La dichiarazione di lancio del TFFF ha incontrato l’approvazione di 53 Paesi dei quali 19 si sono dimostrati potenziali sponsor
Diversi paesi dell’Unione europea (Norvegia, Portogallo, Francia, Paesi Bassi, Germania), Brasile, Indonesia e un totale di 34 paesi con foreste tropicali hanno approvato la dichiarazione TFFF coprendo più del 90% delle foreste tropicali nei paesi sviluppati, incluse Indonesia, Repubblica democratica del Congo e Cina.
La Foresta amazzonica è considerato il più grande polmone verde della Terra con la maggiore biodiversità al Mondo ma anche un immenso e fragile ecosistema. È fondamentale per il clima terrestre, per la ricchezza genetica e per tutti i servizi offerti alle economie dei nove Paesi che interessano il bacino delle foreste pluviali dell’Amazzonia. Eppure da decenni questa importante regione è vessata da milizie armate, incendi, criminalità organizzata, imprenditori senza scrupoli, che sfruttano minerali, legname, suolo, specie protette e comunità locali per traffici illeciti.
L’istituzione del TFFF rappresenta un passaggio molto importante perché segna un cambio di passo: dallo sfruttamento delle foreste con pesanti deforestazioni, agli investimenti pubblici e privati per proteggere e tutelare con uno sforzo collettivo il fragile ecosistema tropicale restaurando il patrimonio forestale esistente.

Un approccio multilaterale con un ruolo importante per le popolazioni indigene
L’idea nuova, secondo il ministro degli affari esteri brasiliano Mauro Vieira, è che i Paesi tropicali sanno meglio come preservare le foreste. Questo passaggio è stato sottolineato dal ministro brasiliano delle popolazioni indigene, Sonia Guajajara, che lo ha definito “un risultato storico e un passo decisivo verso l’uguaglianza e il riconoscimento della conoscenza ancestrale”.
È interessante che gli investimenti alla facility provengano proprio da molti Paesi in via di sviluppo: la TFFF rappresenta per essi una fonte stabile e su larga scala per poter sostenere politiche ambientali a lungo termine; inoltre il 20% delle risorse sono destinate alle popolazioni indigene e alle comunità locali ed è previsto un sistema di governance alla pari tra Paesi sponsor e comunità locali.
In questo modo il settore privato viene coinvolto su larga scala combinando capitale sovrano e privato con un rapporto di 1 a 4. La Banca Mondiale è già stata confermata come fiduciaria e ospite ad interim del TFFF.
È prevista inoltre l’istituzione del Fondo di Investimento per le Foreste Tropicali (TFIF) in una giurisdizione nazionale. Belém segna l’inizio della capitalizzazione del TFFF. Il dialogo con potenziali investitori, sia pubblici che privati, proseguirà verso l’obiettivo a medio termine di realizzare un Fondo da 125 miliardi di dollari, combinando 25 miliardi di dollari di capitale sponsorizzato da fonti sovrane e 100 miliardi di dollari da investitori istituzionali.
In sintesi, il TFFF dimostra che di fronte alle attuali sfide globali, risultati concreti possono arrivare da un multilateralismo capace di reinventarsi e innovare.
Voci contro: l’azione sulle foreste è diventata negli ultimi venti anni un business
Non tutti sono d’accordo con questa visione. Sono molte le voci che si levano contro il TFFF di Lula, che peraltro non è neanche una sua idea.
Se ne parla infatti dal 2018 all’interno delle discussioni del G20 che riguardano gli accordi commerciali. Gli oppositori del TFFF lo indicano come l’ennesimo strumento finanziario presentato sotto le false vesti di innovazione, che invece nella realtà risponderebbe alle regole del mercato globale e non alle priorità che provengono dall’urgenza di agire sui cambiamenti climatici.
Inoltre dal rapporto State of Finance for Forests 2025 (SFF) pubblicato dall’Unep, il programma per l’ambiente delle Nazioni unite, si evidenzia un’importante contraddizione.
Nonostante al centro delle strategie sui cambiamenti climatici sia stata messa la tutela delle foreste, il rapporto sottolinea che “tuttavia i finanziamenti per la loro protezione e restaurazione sono ben al di sotto di quanto necessario, creando sia rischi materiali che opportunità mancate per le istituzioni finanziarie”.
Tutto questo getta tutta un’altra luce sulla centralità delle foreste nell’azione sul clima, che viene opportunamente sfruttata e diventa un’immensa azione di greenwashing, un settore dove girano molti soldi e su cui imprese e Stati possono basare le loro campagne di marketing.
Senza l’accordo sui combustibili fossili tutti gli altri interventi soffrono
I pilastri strategici per combattere i cambiamenti climatici restano la tutela dei polmoni del Pianeta, oceani e foreste con la loro biodiversità, e la decarbonizzazione. Ma sui combustibili fossili COP 30 non ha raggiunto nessun risultato tangibile, rendendo ancora più urgente questo tema riportato sul tavolo anche dal Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc) per il quale “i combustibili fossili sono i principali responsabili delle emissioni globali di gas serra”.
Su questi temi COP 30 si è limitata ad esprimere il suo sostegno al Governo colombiano che proprio a questa ultima conferenza delle parti ha annunciato la prima conferenza internazionale sull’uscita dalle fossili che si terrà in aprile in Colombia.
Tra i circa quaranta sostenitori, tra cui i principali Paesi europei, spicca l’assenza dell’Italia; rispondono invece all’appello su una possibile Agenda sulla decarbonizzazione, il Regno unito e Paesi produttori come il Messico.
A conclusione della COP 30 di Belem il commissario europeo per il clima, Wopke Hoekstra ha dichiarato che su questi temi “quello che è ora sul tavolo è inaccettabile. E dato che siamo così lontani da dove dovremmo essere, è spiacevole dirlo, ma ci troviamo davvero di fronte a uno scenario di mancato accordo”. Se quindi ad oggi non sono state messe in campo politiche e azioni decisive per la decarbonizzazione reale del Pianeta, tutte le strategie messe in campo si rivelano incompatibili con l’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi entro la fine del secolo, rispetto ai livelli pre industriali.
