DOSSIER ONU: GUERRA Mentre i governi, compreso il nostro, vogliono “rieducare i giovani alla mentalità di guerra” gli italiani confermano la loro coscienza pacifista (che al Censis non piace)

DOSSIER ONU: GUERRA Mentre i governi, compreso il nostro, vogliono “rieducare i giovani alla mentalità di guerra” gli italiani confermano la loro coscienza pacifista (che al Censis non piace)

Mentre il governo italiano è appiattito sulle posizioni trumpiane in riferimento al genocidio di Gaza e, contemporaneamente, sul bellicismo europeo in riferimento alla guerra in Ucraina, la recente indagine del Censis “Gli italiani e la guerra” descrive un Paese che ha una diffusa coscienza pacifista, molto più profonda delle sue classi dirigenti. 

Alla domanda “come reagirebbe se l’Italia fosse coinvolta direttamente in una guerra e fosse richiamato dalle Forze armate?” Il 39% protesterebbe in quanto pacifista e il 19% diserterebbe: solo il 16% si dichiara pronto a combattere. 

Inoltre, l’opinione dominante è che l’Italia debba restare fuori dai teatri di guerra: “è il ritratto di un’Italia che rifiuta la retorica bellicista”, scrive il Censis. Il quale, tuttavia, non limitandosi a rilevarlo, bacchetta severamente questo atteggiamento, perché indugerebbe “in un neutralismo autoreferenziale, inadatto a un’epoca segnata dal ritorno prepotente della politica di potenza come fattore essenziale dell’azione degli Stati a livello globale: un orizzonte minaccioso in cui la soluzione bellica diventa ordinaria”. 

Il Censis preoccupato per la “cultura pacifista profondamente radicata”

Rilevo che appare problematico per il Censis non il capovolgimento di scenario che normalizza la guerra, ma gli italiani per i quali “non ci sono guerre giuste né giustificate. La nostra società opera come una fabbrica dell’innocenza” – scrive – “che ritiene possibile preservare il territorio nazionale e quello europeo come uno spazio irriducibilmente votato alla pace, come se la guerra fosse una scelta e quindi bastasse rifiutarla per allontanarla”.  

Rifiuto della guerra che, ancorché fondato sul ripudio costituzionale, è frutto – secondo l’autorevole Centro di ricerca – di “una cultura pacifista profondamente radicata nel Paese, come portato storico di tradizioni politico-ideologiche di intere generazioni, nonché dell’impegno cattolico”. Che, secondo i ricercatori, ormai andrebbe superata.

Immagine generata con AI (©Freepik)

Anche perché nessuna guerra, per quanto tecnologica, può fare a meno dei soldati. Oggi che la guerra è tornata ad essere non la continuazione della politica con altri mezzi ma la sua sostituzione, è necessario rieducare le giovani generazioni alla “mentalità di guerra”, secondo le direttive del segretario della Nato Mark Rutte. Accade negli USA, dove l’esercito ha assoldato influencer per convincere la generazione Z ad arruolarsi attraverso canali social che mostrano quanto è “figo” fare il militare. 

Accade in Polonia, dove nelle scuole dai quattordici anni è obbligatorio introdurre “l’educazione alla sicurezza” che significa esercitazioni di difesa, addestramento al tiro e disciplina militare, senza badare all’impatto psicologico e sociale della preparazione bellica nell’età evolutiva. 

Ancora più precoce la scelta del governo lituano, per il quale i bambini di terza e quarta elementare impareranno a costruire e pilotare droni semplici, mentre man mano che crescono gli studenti delle scuole secondarie produrranno componenti per droni militari, imparando a pilotarli e ad uccidere a distanza.

La Germania, che aveva abbandonato il servizio militare obbligatorio, punta ad una sua progressiva reintroduzione con l’obiettivo di attirare circa 100mila giovani reclute entro il 2030, rendendolo obbligatorio con un semplice emendamento alla legge in discussione al Bundestag se non si raggiungesse un numero sufficiente di volontari: l’obiettivo è costituire il più grande e minaccioso esercito dell’Europa occidentale, armato con le risorse del RearmeEU

Formare le nuove generazioni ai saperi della nonviolenza

In Italia, dove la leva è attualmente sospesa, secondo il ministro Crosetto e i vertici militari c’è sia un problema sia di anzianità che di numeri, per cui bisogna riavvicinare i giovani alle Forze armate, ma non si parla di obbligatorietà che in questo momento non pagherebbe elettoralmente: è necessario dunque aumentare l’appeal della divisa, compito affidato al “Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della Difesa”. Da qui il massiccio ingresso dei militari nelle scuole di ogni ordine e grado, con una grave ingerenza nella funzione educativa. Di fronte alla militarizzazione del pensiero e delle istituzioni educative penso che sia tempo di disertare il bellicismo e formare intenzionalmente le nuove generazioni ai saperi della nonviolenza. Cioè alla pace con mezzi pacifici: non c’è impegno più urgente e lungimirante.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *