In occasione della pubblicazione di questo dossier, in larga parte dedicato ai problemi dei conflitti internazionali e alle loro conseguenze, abbiamo chiesto a Pasquale Pugliese, filosofo e profondo conoscitore della elaborazione del pensiero e delle esperienze della Nonviolenza, di tracciare un quadro della situazione attuale da questo punto di vista.
Puoi tracciare un bilancio generale sulla situazione dei conflitti in corso? Ci sono indicazioni o iniziative favorevoli alla cessazione o sospensione dei conflitti o prevale l’escalation?
In questa fase storica ci troviamo pienamente nella condizione indicata da Mauro Ceruti e Francesco Bellusci nel volume Umanizzare l’umanità (2023): “La crisi multiforme e planetaria genera paure e disorientamenti che portano nazioni, etnie, religioni a rinchiudersi in se stesse e accendere nuove rivalità e tensioni geopolitiche. Gli Stati si affrontano come dinosauri o pterodattili. La politica è ancora nell’era secondaria”. Infatti, la politica dei governi fa ancora riferimento all’obsoleto paradigma della “deterrenza militare” fondata sul falso mantra, ossessivamente ripetuto, che se si vuole la pace bisogna preparare la guerra.
Eppure, proprio per preparare la guerra la spesa militare mondiale ha raggiunto, nel 2024, 2.718 miliardi di dollari, con il decimo anno consecutivo di aumenti ed il + 9,4% in termini reali rispetto al 2023.
Il 55% di questa enorme spesa militare globale è dei governi della NATO, dei quali circa 1.000 miliardi di dollari degli USA e oltre 500 miliardi dei Paesi europei, che nel loro insieme spendono già in armamenti oltre il triplo della Federazione Russa.
Ma questa preparazione della guerra, anche nucleare, già in atto non ha portato più pace, anzi va di pari passo con l’aumento dei conflitti armati in corso sul Pianeta, passati dagli 86 del 1989, anno dell’abbattimento del Muro di Berlino, ai 175 del 2024 (dati Uppsala Conflict Data Program) e, di conseguenza, ha portato all’aumento delle vittime civili delle guerre – già nel 2023 +72% rispetto al 2022 e nel 2023 + 67% rispetto al 2024 (dati ONU) – e quindi dei rifugiati, passati da 117,3 milioni nel 2023 a 122,6 nel 2024 (dati UNHCR).
L’illusione della ricerca della “sicurezza” attraverso l’aumento degli armamenti rimuove il “dilemma della sicurezza” definito da John H. Herz nel 1950: il tentativo di garantire la sicurezza di uno Stato attraverso la militarizzazione porta alla diminuzione della sicurezza dei potenziali antagonisti che, a loro volta, si armano per rispondere al primo, in una spirale bellicista che genera guerre e insicurezza per tutti.
Il dilemma della sicurezza impatta in pieno anche il nostro Paese, a cui è chiesto di adeguarsi alle imposizioni della Nato di passare dal 2% del PIL di spesa militare al 5% in dieci anni.
Ciò significa trasferire in armamenti risorse da altri capitoli di investimento – sanità, istruzione, università, welfare – dai 45 miliardi di euro di oggi fino ai 144 miliari del 2035. Spiega il Milex, l’Osservatorio sulle spese militari italiane che per arrivare a questi livelli di spesa si “porterà l’Italia a spendere in totale, nei prossimi dieci anni, quasi mille miliardi di euro”. Una manna per l’industria bellica, che non servirà come deterrenza: il territorio nazionale, che “ospita” il maggior numero di testate militari USA in Europa, rimane primario target nucleare.
Dunque, se il paradigma non viene ribaltato nel suo contrario, attraverso coerenti politiche di disarmo e l’approntamento di mezzi nonviolenti per la risoluzione delle controversie internazionali, in questa epoca di policrisi che genera continui conflitti su più scale, continuerà la pericolosa escalation, nella quale i decisori si muovono come sonnambuli sull’orlo dell’abisso.
L’autocandidatura di Trump come risolutore di conflitti – seppur in un’ottica “imperiale”- ha qualche possibilità di successo? Quali soggetti potrebbero concretamente aiutare a giungere a situazioni di de escalation e avvio di trattative di cessate il fuoco o di pace?
E’ importante ricordare che l’incontro tra Trump e Putin in Alaska ha coinciso con il quarto anniversario della precipitosa fuga dell’esercito USA da Kabul dopo vent’anni di occupazione: un quarto di secolo di guerre, iniziato nell’ottobre del 2001, come vendetta e punizione collettiva – modello futuro per Netanyahu – per l’attacco terroristico subìto l’11 settembre.
L’invasione dell’Ucraina ne è stata anche l’estremo ”effetto farfalla” nel tempo e nello spazio, secondo l’intuizione di Edward Lorenz, che impregna di sé anche le complesse relazioni internazionali: il battito d’ali di una farfalla in una parte del mondo genera un uragano dall’altra. Ossia il diritto internazionale deve valere per tutti ovunque – dall’Afghanistan all’Iraq, dall’Ucraina alla Palestina – oppure, in uno scivolamento progressivo nelle politiche di potenza, è impossibile farlo valere solo per qualcuno.
L’Europa si è stracciata le vesti per la sua esclusione dall’incontro di Anchorage, insieme a quella di Zelensky, ma la sua assenza – recuperata solo tre giorni dopo con l’anticamera dei “volenterosi” alla Casa Bianca, nell’incontro tra Trump e il presidente ucraino – è frutto della rinuncia sdegnosa ad essere, fin dall’inizio, “Terzo” rispetto alla guerra russo-ucraina.
L’UE, scegliendo la cobelligeranza con una parte “fino alla vittoria”, attraverso la reiterata fornitura di armi all’Ucraina “per tutto il tempo che sarà necessario”, e imponendo diciotto ondate di sanzioni economiche all’altra parte (ma zero ad Israele, mentre sta preparando la diciannovesima alla Russia, ndr), anziché essere attivamente neutrale come chiedevano i movimenti pacifisti, è esattamente il ”Terzo assente” secondo la formula usata da Norberto Bobbio nel 1989: il terzo mancante nel conflitto.
Un Terzo imparziale e credibile per entrambe le parti, capace di svolgere, se presente, il ruolo di mediatore, in funzione del negoziato, della de-escalation, della pace.
Ruolo che, in assenza dell’Europa, aveva provato ad assumersi la Turchia di Erdogan già nell’aprile 2022, in una mediazione contrastata dagli USA di Biden e dalla Gran Bretagna di Johnson. Ed che oggi si assume, in un’ottica di mero interesse geopolitico, quel Donald Trump che contemporaneamente sostiene il genocidio in corso a Gaza.
L’Europa, nell’assenza delle Nazioni Unite, avrebbe potuto – e dovuto – svolgere dunque autorevolmente questo importante ruolo internazionale, anziché condannarsi all’irrilevanza politica, ma la sua azione appare pesantemente condizionata dagli interessi del complesso militare-industriale.
La guerra russo-ucraina rappresenta la gallina dalle uova d’oro per l’industria bellica europea, che sta ampliando enormemente le proprie aziende: “Le fabbriche di armi europee si stanno espandendo a un ritmo tre volte superiore a quello dei tempi di pace”, rivelava il Financial Time (12 agosto), per prepararsi alla guerra duratura.
La sola ipotesi di una prospettiva di pace ha messo “sotto pressione” il comparto della difesa europeo, scriveva il Sole 24 Ore (11 agosto), con caduta dei titoli in borsa: “un rallentamento del flusso di ordini, nel pieno del boom del comparto della difesa, che molti analisti sottolineano potrebbe essere aggravato dall’impatto di una possibile tregua in Ucraina”.
“Poiché per fare la guerra ci vuole un nemico con cui guerreggiare – spiegava Umberto Eco – l’ineluttabilità della guerra corrisponde alla ineluttabilità dell’individuazione e della costruzione del nemico” (Costruire il nemico, 2020).
Se l’incontro tra Trump e Putin e il successivo con Zelensky dovessero, in qualche modo, essere preludio allo “scoppio della pace” in Ucraina e ciò facesse venire meno il nemico assoluto per l’Europa, contro il quale è stato costruito l’obbligo del riarmo, i governi avranno il problema di convincere le rispettive opinioni pubbliche che bisogna ancora trasferire enormi risorse dagli investimenti per la salute, l’istruzione, la sicurezza sociale alle casse delle industrie belliche.

Ed ecco che, in quel caso, ci sarà da costruire il “porcospino d’acciao”, secondo la metafora utilizzata da Ursula Von der Leyen, come “garanzia di sicurezza” iper-armata dell’Ucraina, per significare i rapporti futuri tra Ucraina, Europa, Nato e la Russia.
Credo che, invece, i governi europei dovrebbero ripassare la metafora dei porcospini di Arthur Schopenhauer. “Una compagnia di porcospini – scriveva il filosofo nei Parerga e Paralipomena – in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati.
Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione”.
La metafora di Von der Leyen riafferma il riarmo, acuisce le tensioni e prepara la prossima guerra. Quella di Schopenhauer evoca la rimozione delle cause del conflitto, allude al disarmo e alla costruzione di soluzioni nonviolente per la sicurezza di tutti. Due modi opposti per lavorare ad una pace “giusta e duratura” in Europa, ma solo uno coerente con il fine.
Cosa fare per depotenziare il clima bellicista che si è imposto in questi ultimi tempi?
“Se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace. Ci rendiamo sempre più conto che non si tratta solo di istituzioni politiche, nazionali o internazionali, ma è l’insieme delle istituzioni – educative, economiche, sociali – ad essere chiamato in causa”, è uno dei passaggi più significativi del discorso di papa Leone XIV nell’incontro dello scorso 30 maggio con i movimenti per la pace e il disarmo a un anno dall’Arena di pace, voluta da papa Francesco a Verona. Si tratta di una utile indicazione sulle cose urgenti ed importanti da fare.
Il punto di partenza è considerare la pace non come mera assenza di guerra ma come costruzione delle condizioni per la sua preparazione e manutenzione, ossia passare dall’idea di “pace negativa” a quella di “pace positiva”, secondo l’insegnamento di Johan Galtung: la degenerazione bellica dei conflitti è solo la punta dell’iceberg di un sistema di guerra che prepara e legittima questo esito, è il punto di esplosione di una lunga e articolata filiera di guerra. Rispetto alla quale tutte le istituzioni possono fare qualcosa: se non possono fermare direttamente la violenza una volta avviata, possono invece contribuire attivamente a decostruirne la filiera, non sull’onda dell’emozione temporanea ma strutturalmente e culturalmente, ed a costruirne le alternative.
Sul piano economico, per esempio, si possono monitorare le attività industriali che nei diversi distretti contribuiscono alla produzione, diretta o indiretta, di armi e sostenerne i percorsi di riconversione civile – ostacolandone quelli contrari – con l’istituzione di peace list virtuose e premianti; istituire fondi locali, di concerto con i sindacati, per supportare i lavoratori che decidessero di fare obiezione di coscienza all’industria bellica; adottare codici etici war free per gli appalti pubblici, le sponsorizzazioni e le collaborazioni, sotto qualunque forma, anche legate alla ricerca universitaria; aderire alle campagne nazionali per il disarmo e l’economia di pace, anziché per il riarmo e l’economia di guerra, promuovendole sui territori.
E poi naturalmente sono molte le azioni possibili e necessarie sui piani culturale e formativo che alimentano il bellicismo. Per citarne solo alcune: arginare il processo di militarizzazione della formazione e, invece, promuovere e finanziare percorsi di educazione alla pace nelle scuole di ogni ordine e grado e di formazione alla nonviolenza per gli insegnanti; organizzare nei luoghi della memoria tragica della guerra del nostro Paese soggiorni estivi di training per la risoluzione nonviolenta dei conflitti con gruppi misti di giovani provenienti dai paesi in guerra.
E ancora, potenziare e diffondere sia gli insegnamenti universitari sui peace studies, in ottica interdisciplinare, che ampliare la Rete delle Università per la Pace, per promuovere la ricerca e la formazione alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, su tutte le scale: dal locale all’internazionale. In collaborazione con le organizzazioni per pace che hanno acquisito ed esercitano i saperi della nonviolenza.
Infine, contribuire a costituire corridoi umanitari per i profughi dai paesi in guerra e strumenti di protezione delle vittime, prevedere percorsi di supporto nell’accoglienza dei rifugiati che ne portano il trauma, favorire nei territori esperienze di dialogo tra comunità originarie da paesi in conflitto armato e adoperarsi per il riconoscimento dello status di rifugiati ad obiettori di coscienza e disertori di tutti i fronti. Si tratta solo di alcuni, ma credo fondamentali, esempi di come non solo i governi, ma tutte le istituzioni locali che volessero davvero mettere in campo non retoriche ma politiche attive di pace, potrebbero agire pratiche di nonviolenza secondo il nuovo principio, razionale, realistico e universale: se vuoi la pace, prepara la pace.
