DOSSIER AGENDA ONU – PARITA’ DI GENERE In Italia il diritto all’aborto è a rischio per la mancanza di dati, secondo una strategia politica denunciata da Medici del Mondo Problema critico di salute pubblica e di diritti umani di cui sono responsabili anche le Regioni

DOSSIER AGENDA ONU – PARITA’ DI GENERE In Italia il diritto all’aborto è a rischio per la mancanza di dati, secondo una strategia politica denunciata da Medici del Mondo

Problema critico di salute pubblica e di diritti umani di cui sono responsabili anche le Regioni

Il nuovo rapporto Aborto senza numeri presentato il mese scorso da Medici del Mondo, organizzazione medico-sanitaria internazionale che difende un sistema sanitario equo e universale, ci mostra come in Italia i dati sull’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) siano incompleti, frammentati e poco affidabili mettendo a rischio il diritto alla salute e il diritto all’aborto sancito dalla legge 194/1978. 

(©Medici del Mondo)

La mancanza di dati alimenta le diseguaglianze perché oltre a rendere difficile il reperimento di informazioni in grado di permettere le donne di sapere a quali strutture potersi rivolgere per l’Ivg dove l’obiezione di coscienza non sia prevalente tra il personale sanitario, rappresenta anche uno strumento per poter intervenire dal punto di vista di organizzazione territoriale.  Secondo gli autori del rapporto questa assenza di dati è la messa in atto di una strategia di deterrenza politicamente condizionata come dichiara ad Agenda17 Plus Gianluca Ferrario, Coordinatore medico di Medici del Mondo.

‘L’accesso all’informazione è fondamentale per accedere a un diritto di salute e la difficoltà di reperimento di dati aggiornati e accessibili non è una difficoltà tecnica, ma è sostanzialmente una decisione politica, perché ci sarebbero oggi strumenti come piattaforme digitali e software da mettere a disposizione dell’utenza e di chi monitora lo stato di salute dei servizi per andare oltre a quelli che vengono definiti ostacoli e difficoltà nel flusso di raccolta dei dati. 

Il Ministero si nasconde dietro alle difficoltà tecniche quando sappiamo che a livello delle Regioni i dati sono accessibili in tempo reale e anche per singola Ivg. Questa è una scelta politica che va avanti da decenni, è sostanzialmente dal 1978 quando la legge 194 era stata impostata che esiste la difficoltà di messa a terra delle norme che regolano l’aborto. Il diritto all’aborto e l’interruzione di volontaria di gravidanza è diritto alla salute perché l’aborto è salute’.

Gianluca Ferrario, Coordinatore medico di Medici del Mondo

Le Regioni sono preposte a raccogliere le informazioni del numero relativo alle Ivg effettuate da ospedali, case di cura, ambulatori, consultori e trasmettere i dati all’Istat e all’Istituto superiore di sanità (Iss), che a loro volta, dopo averli elaborati li trasmettono al Ministero per la relazione annuale.  

È la stessa legge 194 a prescrivere la pubblicazione dei dati;ì: “Entro il mese di febbraio, a partire dall’anno successivo a quello dell’entrata in vigore della presente legge, il Ministro della Sanità presenta al Parlamento una relazione sull’attuazione della legge stessa e sui suoi effetti, anche in riferimento al problema della prevenzione”. 

Gravi responsabilità delle Regioni. Parziale eccezione del Veneto

Il problema è che i dati trasmessi sono incompleti, spesso in ritardo di due-tre anni e non sono esaustivi perché non comprendono i dati sull’obiezione di coscienza che sono raccolti separatamente dal Ministero della salute e non vengono disaggregati né per struttura né per provincia. 

L’unica eccezione è il Veneto che sul suo portale fornisce i dati, compreso quello sull’obiezione di coscienza, aggiornati all’anno precedente. Sul sito regionale è indicato il dato dei/delle ginecologi/ginecologhe totali e di quelli/quelle obiettori/obiettrici diviso per singola struttura e riferito al 2024 o le Ivg farmacologiche eseguite nello stesso anno. 

Il problema è che i dati sul sito della Regione  non sono in formato aperto e machine readable, ma ci sono singole persone come Sandro Kensan, collaboratore della rete Pro-choice RICA, rete italiana contraccezione e aborto, che sul suo sito ha creato una mappa cliccabile con i luoghi in cui si è possibile richiedere l’interruzione volontaria di gravidanza.

Per quanto riguarda l’ultima relazione del 2024, la pubblicazione è avvenuta solo a dicembre incompleta delle tabelle di approfondimento sui dati divisi per Regione, aggiunte poi quattro giorni dopo le denunce e richieste da parte di associazioni e reti dal basso. 

Inoltre, la relazione del 2024 si riferisce a dati del 2022 e il fatto che si tratti di dati vecchi non consente di sapere quali sono le strutture attualmente in funzione e che garantiscono l’accesso all’Ivg nelle varie Regioni. 

Come ha ricostruito il sito Pagella Politica citato nel documento di Medici del Mondo, raramente i termini di legge sulla pubblicazione dei dati sono stati rispettati e anzi dal 1999 a oggi non è mai successo. 

Scelte politiche e associazioni antiabortiste 

“Non si parla di problemi nuovi – continua Ferrario – ma l’aggravante è che in questo momento la lotta politica di matrici antiabortista è molto più forte e si avvale anche di numerosi fondi che finanziano associazioni antiabortiste e anti scelta che poi vengono facilitate quando vengono inserite nei luoghi della sanità pubblica dove viene dato accesso ad associazioni che si definiscono pro-vita e che sostanzialmente vogliono mettere in difficoltà la persona che cerca di interrompere una gravidanza non desiderata.

“La situazione italiana – secondo Ferrario –   evidenza gli ostacoli lungo i tre pilastri che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) definisce fondamentali per l’accesso a un sistema abortivo di qualità: non solo la mancanza di informazione, ma anche un quadro normativo, la legge 194 che sarebbe da rivedere per avere un maggiore sostegno all’accesso all’aborto, un quadro politico a livello nazionale e regionale e proposte di legge che vanno in direzione anti-abortista o quanto meno rendono difficile l’accesso a un diritto e poi un sistema sanitario che dovrebbe essere a supporto del servizio, ma che sappiamo essere in crisi da anni. 

Ricordiamo anche che nonostante l’aborto sia stato inserito dal 2017 tra i Livelli essenziali di assistenza (Lea), prestazioni che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a garantire in maniera uniforme e senza discriminazioni attraverso le regioni, il monitoraggio dei Lea è lacunoso e non affidabile.”

Rispetto ai servizi abortivi quello che vediamo oggi è una riduzione dei consultori familiari pubblici che dovrebbero essere il centro e il perno per l’accesso ai servizi abortivi e quindi una riduzione delle risorse economiche e di risorse umane, consultori che chiudono e che svolgono un ruolo meno centrale. 

Nel 2022 i consultori pubblici sono scesi in numero assoluto rispetto al 2021 da 1.871 a 1.819. La legge prevede 1 consultorio ogni 20 mila abitanti a livello nazionale ma oggi siamo su 1 consultorio ogni 33 mila abitanti, ci sono poi regioni o province in cui c’è 1 consultorio ogni 60-70 mila abitanti soprattutto in contesti interni, in zone di montagna o in quelle più difficili da raggiungere. Come evidenzia poi il rapporto quando i consultori sono presenti, le carenze di personale ne consentono l’apertura solo in alcuni orari e giorni della settimana.

Nonostante la legge 194  l’obiezione di coscienza è ancora molto diffusa

Nonostante la legge 194 sia ancora una buona legge, spesso nel nostro Paese  il diritto all’aborto è negato per i troppi obiettori di coscienza che obbligano spesso le donne che lo richiedono a spostarsi in altre Province o in altre Regioni. 

La quasi totalità delle Regioni non mette a disposizione dati aperti sull’obiezione di coscienza e come vediamo nella tabella, ci sono regioni come il Molise con il 90,9% di personale sanitario che si dichiara obiettore di coscienza e altre con punte che vanno dal 81,5% in Sicilia al 79,2% in Basilicata e il 72% nel Lazio.

In Italia si è dichiarato/a obiettore/ obiettrice il 60,7% dei ginecologi e delle ginecologhe nel 2022, in leggera diminuzione rispetto al 2021, quando era del 63,4% anche se la situazione varia tra Regioni. (©Medici nel Mondo)

Per sopperire alla mancanza di fonti ministeriali affidabili e per migliorare l’accesso alle strutture che praticano l’Ivg sul territorio nazionale la Libera associazione italiana ginecologi non obiettori per l’applicazione della 194 (Laiga) per prima in Italia ha portato avanti un progetto per realizzare una mappa degli ospedali che offrono servizio ivg. Le utenti possono contribuire all’aggiornamento della mappa segnalando esperienze incongruenti rispetto alle informazioni riportate. 

Negare il diritto all’aborto o ostacolarlo equivale negare un diritto umano

Medici del Mondo prende una chiara posizione su come l’accesso all’aborto rappresenti parte integrante del diritto alla salute e affinchè ciò accada, il servizio deve essere sicuro, tempestivo, accessibile, economicamente sostenibile e in pieno rispetto delle donne che lo richiedono. 

Tutte le donne hanno diritto di scegliere il metodo farmacologico per l’Ivg, in assenza di controindicazioni, che è un metodo considerato sicuro ed efficace dall’Oms. In Italia da anni assistiamo a una vera e propria battaglia basata sulla disinformazione con personale medico che nega l’efficacia della RU486 o che enfatizza gli effetti collaterali e le gravi conseguenze sulla salute della donna nonostante in altri Paesi il metodo farmacologico è utilizzato al 76% in Francia, all’ 86% in Gran Bretagna e al 90% nei paesi scandinavi. 

Negare questo diritto o ostacolarlo equivale a negare un diritto umano e il mancato accesso al diritto a un aborto sicuro e a cure abortive complete è un problema critico di salute pubblica e di diritti umani. La conclusione del rapporto è che in Italia si stia configurando un quadro di emergenza sanitaria.

L’Italia non è il solo Paese a creare barriere all’aborto

Il Forum parlamentare europeo per i diritti sessuali e riproduttivi (European Parliamentary Forum for Sexual and Reproductive Rights – EPF) ha presentato l’Atlante europeo delle politiche sull’aborto 2025, una mappatura completa delle politiche e dell’accesso all’aborto in 49 Paesi europei. 

I migliori risultati sono quelli di Svezia, Francia e Paesi Bassi grazie a solide tutele legali che depenalizzano completamente l’aborto, un’ampia disponibilità di servizi e una copertura sanitaria nazionale. 

I Paesi in fondo alla classifica sono Andorra, Malta e Polonia, con l’aborto largamente criminalizzato con pene severe, l’accesso e l’assistenza clinica fortemente limitati e una assenza di informazioni da parte del governo.

L’Italia, insieme a Bielorussia, Georgia,  Russia, Malta e Slovacchia risulta nei Paesi con tendenze negative dovute a nuove restrizioni, tra cui procedure mediche non necessarie, molestie nei confronti degli operatori sanitari e disinformazione guidata dallo Stato, che creano ostacoli all’accesso all’aborto.

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