La crisi dei chip minaccia l’economia mondiale Preoccupano le aree geopolitiche instabili: dall’Ucraina a Taiwan

La crisi dei chip minaccia l’economia mondiale

Preoccupano le aree geopolitiche instabili: dall’Ucraina a Taiwan

La crisi dei semiconduttori, ovvero la carenza di chip essenziali per la produzione di beni legati alla tecnologia (automobili, computer, telefoni, consolle per i videogiochi…) sta mostrando, complice negli ultimi tempi anche la pandemia, quanto le interdipendenze della globalizzazione hanno reso fragili le catene di valorizzazione dell’economia mondiale. Molti si preoccupano che la guerra in Ucraina possa causare un deficit di alcuni gas necessari per alimentare i laser con cui vengono lavorati i chip. Reuters stima che l’Ucraina fornisca fra il 45% e il 54% del neon mondiale. Tale gas viene raffinato dalle due società Ingas (a Mariupol) e Cryoin (a Odessa). Entrambe le fabbriche stanno risentendo degli attacchi russi e la produzione di questa materia prima è a rischio.

Tuttavia, le industrie di chip su questo si dicono abbastanza tranquille. Il 24 febbraio, la Semiconductor Industry Association (SIA) ha dichiarato che: “l’industria dei semiconduttori ha una serie diversificata di fornitori di materiali e gas chiave, quindi non crediamo che ci siano rischi immediati di interruzione della fornitura relativi a Russia e Ucraina.”

Negli stessi giorni anche i principali chip makers hanno confermato questo basso livello di preoccupazione, spiegando che la diversificazione dei fornitori era iniziata a seguito degli eventi del 2014 riguardanti la Crimea.

Di questi temi abbiamo parlato con Piero Olivo, docente di Elettronica dei sistemi digitali presso l’Università di Ferrara che, riferendosi alla situazione del mercato dei semiconduttori, commenta:
“Non credo che la guerra avrà un grande impatto. Onestamente non credo che attualmente sia un problema fondamentale quello dell’approvvigionamento dall’Ucraina.
Se facciamo riferimento a problemi geopolitici, è molto più preoccupante la situazione legata a Taiwan.”

 Piero Olivo, docente di elettronica dei sistemi digitali presso l’Università di Ferrara (© Unife)

A Taiwan si trova la Taiwan Semiconductor Manufacturing Corporation (Tsmc), che da sola produce circa il 50% dei microchip a livello mondiale. L’azienda fornisce componenti per i principali leader tecnologici, fra cui Apple (che vanta quasi la metà della domanda), MediaTek, AMD, Qualcomm, Broadcom, Nvidia, Sony e molti altri.

“Se per qualche motivo i chip che sono attualmente prodotti Taiwan non fossero più disponibili, si bloccherebbe tutta la produzione di qualunque bene, non solo ad alta tecnologia ma anche a media tecnologia”, afferma Olivo.

Una crisi non del tutto imprevedibile

“Che ci sarebbe stata crisi era abbastanza prevedibile, anche prima della pandemia. Il mercato dei semiconduttori è un mercato ciclico. Ci sono dei grandi boom di vendite ogni  cinque anni circa, seguiti da grandi crisi. E queste crisi sono legate fondamentalmente a situazioni congiunturali.” 

“Io penso che si sia sottovalutato il problema dei semiconduttori – dichiara Olivo –. C’è stato un boom del settore negli ultimi anni, legato a tutti quelli che sono gli aspetti di digitalizzazione, ma digitalizzazione non vuol dire solamente servizi digitali, vuol dire anche sistemi che sono in grado di elaborare informazioni; quindi c’è stato un grande sviluppo di tanti aspetti dell’elettronica.”

Per avere una misura di quanto in effetti l’elettronica sia permeata nelle nostre vite e di quanto la richiesta di chip sia sempre maggiore possiamo affidarci a qualche dato. La SIA riporta che nel 2021, per far fronte alla crisi, l’industria ha venduto 1,15 trilioni di semiconduttori, per un ricavo totale di 555,9 miliardi di dollari, entrambe cifre da record. Inoltre, nel primo trimestre del 2022 il trend di crescita è rimasto stabile.  

“Tutto è basato ormai fondamentalmente su semiconduttori e su elettronica e siccome ne avevamo disponibilità, negli anni si è un po’ trascurata: l’avevamo, c’è sempre stata, quindi si pensava che ci sarebbe stata sempre – commenta Olivo –. Invece oggi siamo di fronte al problema che per costruire un’azienda ci vogliono degli anni e ci vogliono miliardi di euro.”

La crisi dei semiconduttori è scoppiata con la pandemia ma ha radici geopolitiche  

La crisi odierna ha origini lontane. Il “chip crunch” è scoppiato nel periodo della pandemia a causa della grande richiesta di dispositivi digitali per lo smart working e la Didattica a distanza (Dad), e a causa dei lockdown che hanno fermato le aziende.  

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Il Covid-19 ha cambiato la destinazione finale di uso dei chip nel 2020. In particolare i computer e le comunicazioni hanno registrato un forte aumento a causa della necessità di lavorare in smart working. (© Semiconductor Industry Association)

Tuttavia, già prima della pandemia la guerra commerciale fra Pechino e Washington aveva frenato la crescita del settore e oggi le tensioni Usa-Cina destano preoccupazione.

Nel 2018 l’amministrazione Trump decise di vietare la vendita di tecnologie americane al colosso tecnologico Huawei, dando il via a quelli che alcuni già all’epoca chiamavamo la chip war. Nel 2019 questa stessa azienda e tutti i suoi fornitori furono banditi dalla realizzazione delle nuove reti 5G negli Stati uniti, una misura non revocata dall’amministrazione Biden.

A partire dallo stesso anno, varie aziende cinesi del settore tech vengono inserite nella Entity List americana: “un elenco di nomi di determinate persone straniere – compresi imprese, istituti di ricerca, organizzazioni governative e private, individui e altri tipi di persone giuridiche – che sono soggette a requisiti di licenza specifici per l’esportazione, la riesportazione e/o trasferimento (negli Stati uniti) di specifici prodotti.” 

Una misura che obbliga non solo le aziende americane ma anche quelle straniere a limitare la vendita di microprocessori basati su tecnologie USA verso specifiche realtà cinesi.  Questo ha rappresentato un grosso problema per Pechino perché sebbene la gran parte della produzione dei chip venga fatta in Asia, il design e la tecnologia dei componenti, specie quelli di punta, sono perlopiù americani.

Duramente colpita da queste sanzioni, la Cina ha più volte minacciato di rallentare l’esportazione delle cosiddette “terre rare”, ovvero dei particolari minerali necessari alla produzione dei semiconduttori. Inoltre questa situazione fa aumentare l’interesse di Pechino per Taiwan e per le sue industrie.

L’industria dei chip ha puntato troppo sui Paesi a bassi salari. USA e EU ora sussidiano produzioni proprie 

Gli eventi degli ultimi anni hanno evidenziato la necessità per Stati Uniti ed Europa di avere una propria industria dei semiconduttori. 

A giugno 2021 Washington ha approvato il Creating Helpful Incentives for Producing Semiconductors (CHIPS) Act, che prevede di stanziare circa cinquantadue miliardi di sussidi a favore dell’industria americana dei chip.

Seguendo il modello americano, a febbraio 2022 anche l’Unione europea ha approvato un proprio Chips Act.

“L’intervento dell’Unione europea con il Chips Act prevede di portare dal 10% al 20% la produzione in Europa – spiega Olivo –, in un mercato che raddoppia quindi questo significa aumentare la produzione di un fattore quattro da qua al 2030.”

Tuttavia non si sta parlando di un piano che può essere attuato in breve tempo, sottolinea Olivo: “Ci vorranno degli anni. Non sarà facile raggiungere l’obiettivo di quadruplicare la produzione da qua a otto anni.”

Intanto molti settori collegati a quello dei semiconduttori risentono della crisi. Non c’è solo carenza di componenti di punta ma a bloccare le produzioni sono anche quei  chip che in tempi normali sarebbero comuni e a basso costo.

“È una catena che si porta dietro tutto – afferma Olivo –, perché in un sistema complesso c’è bisogno sia di microprocessori di punta, sia di tanti chip che sono, per così dire, ausiliari. Se ne manca uno qualunque salta tutto, ed è tutta la catena di produzione che si trova in difficoltà. Il mercato automobilistico è in grosse difficoltà per il reperimento dei componenti. Basta pensare che un’automobile ha decine e decine di microprocessori. Se poi pensiamo ai top di gamma stiamo parlando anche di centinaia di componenti fra microprocessori e sensori.”

Gli eventi degli ultimi anni hanno reso evidente che serve un cambio di rotta. “Bisogna ripensare a quello che è l’aspetto industriale legato ai semiconduttori – spiega Olivo –. Secondo me l’Europa, ma anche gli Stati uniti, stanno facendo grossi investimenti perché nel passato si è sempre detto di andare a produrre a basso costo. E il basso costo è il costo del lavoro. Quando una fabbrica costa un miliardo di dollari, costa un miliardo di dollari sia farla in Europa sia farla negli Stati Uniti che farla in Cina, se ci riferiamo alle macchine che ci sono dentro; invece è la manodopera che costa decisamente meno in alcuni paesi. Però poi si viene a dipendere da politiche di altri Stati o da pericoli di guerra.”

“Se per qualche motivo Taiwan finisse sotto sotto la Cina e la Cina decidesse di non esportare più chip, molte grandi aziende, come per esempio la Apple, chiuderebbero perché la maggior parte dei dispositivi fatti e Taiwan sono per l’industria estera, principalmente americana.”

I conflitti potrebbero “chiudere” la globalizzazione

“La situazione attuale – commenta Olivo riferendosi alle tensioni fra Cina e Usa e al conflitto ucraino –  secondo me tenderà a chiudere la globalizzazione come l’abbiamo vista in questi anni, cioè come disponibilità di qualunque merce a prezzi bassissimi, perché tanto c’è la fabbrica del Mondo dove viene fatta a poco. Si riporteranno molte produzioni in Europa, ovviamente a costi maggiori che ricadranno sul cliente finale, però in questo modo ci sarà una maggiore disponibilità di tecnologia non dipendente da altri Paesi.”

Un’ipotesi che sembra avvalorata da quanto previsto nelle misure prese dalla EU: “Nel Chips Act si parla anche della possibilità per l’Europa di non vendere all’estero prodotti semiconduttori fatti in Europa. Cioè è prevista anche la possibilità di avere una protezione affinché i semiconduttori prodotti in Europa rimangano sul territorio – spiega Olivo –. Questa è una cosa abbastanza nuova, è quello che è stato fatto per i vaccini in una fase iniziale, ma si sta pensando di farlo abitualmente per i semiconduttori.”

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