LABORATORIO PACE  Primi produttori in Europa di armi leggere; conviventi e famigliari le vittime più numerose Maggiori controlli per le licenze e l’esportazione: ne parla in Unife Giorgio Beretta, autore de Il Paese delle armi

LABORATORIO PACE Primi produttori in Europa di armi leggere; conviventi e famigliari le vittime più numerose

Maggiori controlli per le licenze e l’esportazione: ne parla in Unife Giorgio Beretta, autore de Il Paese delle armi

“L’Italia e il mercato delle armi fra industria, commercio ed escalation militare”: è il tema dell’incontro organizzato dal Laboratorio per la pace dell’Università di Ferrara, in programma lunedì 13 marzo alle 17 presso il Polo didattico degli Adelardi. Coordinato dai docenti Alfredo Mario Morelli e Giuseppe Scandurra, l’incontro – il primo di una serie organizzata dal Laboratorio –  sarà l’occasione per approfondire con Giorgio Beretta miti e zone grigie de “Il Paese delle armi”, titolo del suo libro ma anche specchio di un’Italia in cui produzione, commercio e uso delle armi comuni sono all’ordine del giorno.

Giorgio Beretta è infatti analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal) e si occupa di commercio internazionale e nazionale di sistemi militari e di armi leggere. Da un po’ di anni si dedica al tema della diffusione delle armi in Italia, in particolare al fenomeno degli omicidi in famiglia e femminicidi. 

Italia principale produttore europeo, ma i benefici economici sono scarsi

Secondo gli stessi produttori di armi leggere, ovvero quelle che possono essere utilizzate dai civili, l’Italia è il principale produttore europeo, a causa anche della lunga tradizione di produzione che ha alle spalle, e nel nostro Paese è molto facile ottenere un porto d’armi con il quale si può arrivare a ottenere un arsenale di armi. 

La locandina dell’incontro (ⓒunife)

“Quando si parla di armi – afferma ad Agenda17 Beretta -, soprattutto di quelle comuni, si dice che sono l’eccellenza del Made in Italy e che contribuiscono al Prodotto interno lordo (Pil) italiano. Rappresentano quindi un valore aggiunto per l’economia, ma non è esattamente così.” 

La produzione di armi e munizioni di tipo comune, infatti, non supera i 600 milioni di euro all’anno, quindi è pari alla produzione di giochi e giocattoli esclusi i giochi elettronici. Per quanto riguarda invece l’occupazione, il numero degli occupati è 3.330, quindi come una media azienda italiana, e sull’esportazione si attesta intorno allo 0,3%. La produzione di armi comuni è di fatto una produzione importante per un certo settore, ma nel complesso marginale. 

Licenze troppo facili da ottenere e dati poco chiari

Una delle zone grigie di cui si parla nel libro è la convinzione comune che sia difficile ottenere una licenza per armi. “In realtà – prosegue Beretta – la concessione si basa su un certificato anamnestico del medico curante, dove una persona auto-certifica di essere immune a malattie psichiche e di non fare uso di sostanze stupefacenti e alcolici. Ma non c’è nessun accertamento ed è proprio qui la zona grigia.” 

Giorgio Beretta, analista dell’Opal di Brescia (©osservatoriodiritti.it)

Un’altra riguarda i possessori di armi e quante sono quelle legalmente detenute. Dai dati della Polizia di Stato coloro che detengono un porto d’armi sono intorno ad 1 milione e 400 mila persone, mancano però i nullaosta, che si stimano anch’essi essere attorno al milione. 

Con una licenza per difesa personale, inoltre, si possono detenere sia revolver per difesa personale, ma anche fucili da caccia. Con una licenza per uso sportivo invece si possono detenere anche fucili AR15, i più usati ad esempio nelle stragi in America. Con una semplice licenza, in Italia si possono detenere tre revolver o pistole semi-automatiche con caricatori fino a venti colpi, caricatori detenibili in numero illimitato e senza obbligo di denuncia. Si possono detenere poi dodici fucili semi automatici con caricatori fino a dieci colpi, sempre senza obbligo di denuncia, e poi un numero illimitato di fucili da caccia più 200 munizioni corte e 1000 munizioni per arma lunga, oppure in alternativa cinque chili di polvere da sparo. 

“Si può detenere un vero e proprio arsenale, la zona grigia è proprio questa. Quindi la nostra conclusione è: quante armi ci sono nelle case degli italiani? La Polizia di Stato e il Viminale non l’hanno mai detto” afferma Beretta. 

Armi usate soprattutto nelle aggressioni contro famigliari e conviventi

“Spesso – prosegue – si detengono armi nelle case per la difesa abitativa, nei dati ufficiali, gli omicidi in Italia a scopo di furto e rapina sono stati mediamente dieci e, se andiamo a vedere i dati per quanto riguarda l’utilizzo di armi per sventare furti o rapine, ne troviamo circa una decina all’anno.”

Quello che si vede è che in Italia ci sono mediamente trentacinque omicidi commessi con armi legalmente detenute. Un’indagine importante per quanto riguarda i femminicidi è quella di uno studio del Senato della scorsa legislatura: negli anni 2017-18, il 16,1% dei femminicidi commessi in Italia è stato compiuto con armi legalmente detenute. “Se pensiamo che gli italiani con armi legalmente detenute sono circa l’8% della popolazione – afferma Beretta – ne ricaviamo che questo dato è all’origine del 16% dei femminicidi. In parole semplici, se c’è un arma in casa è molto più probabile, in generale, che quell’arma venga usata per uccidere un parente, la moglie o l’ex compagna e non che serva invece per sventare una rapina.”

Esportazione di armi militari: importante controllarne la destinazione

Nel libro Beretta parla di armi comuni detenute appunto da cittadini, però c’è anche un capitolo dedicato all’esportazione di armi militari. C’è una relazione tra quanto analizza in questo studio sul mercato delle armi leggere in Italia e le scelte che stanno facendo le istituzioni italiane in questo momento di escalation militare. Infatti, mentre da una parte si cerca di incentivare tutta una serie di fiere e, quindi, la diffusione di armi, dall’altra c’è una continua facilitazione dell’esportazione di armi anche di tipo militare. 

“La legge 185 del 1990 – conclude – vieterebbe l’esportazione di queste armi in Paesi in conflitto armato e dove ci sono gravi violazioni dei diritti umani, ma di fatto armi italiane sono finite a Paesi come Egitto, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, dove i diritti umani sono assenti.”

Come osservatore, Beretta ha lanciato una serie di proposte, riprese alla fine del libro, come inserire dei controlli tossicologici e psichiatrici, possibilmente annuali, per detentori di armi proprio perché spesso finiscono per essere utilizzate per un femminicidio più che per la difesa abitativa. 

Inoltre, chiede che ci sia maggiore trasparenza su tutto questo settore, a partire dai dati su quanti siano gli effettivi possessori di armi leggere, ma anche per quanto riguarda l’esportazione di armi militari. Avere quindi un rapporto ufficiale preciso su dove vanno a finire queste armi, chi le utilizza e come le sta utilizzando è fondamentale. È soltanto con queste informazioni che possiamo poi controllare il mercato delle armi e far in modo che queste non finiscano per essere utilizzate per l’illegittima offesa. 

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