Il “turismo delle ultime possibilità” trasforma la fine del Mondo in una gita da postare sui social. E va alla grande Michele Bonazzi, sociologo di Unife: è la ricerca dell’esperienza unica e irripetibile, ma virtuale; educare all'ambiente e al digitale

Il “turismo delle ultime possibilità” trasforma la fine del Mondo in una gita da postare sui social. E va alla grande

Michele Bonazzi, sociologo di Unife: è la ricerca dell’esperienza unica e irripetibile, ma virtuale; educare all'ambiente e al digitale

“Assistiamo alla morte del ghiacciaio tramite la nascita del ‘last chance tourism’. Trovo veramente desolante dover spostare questi teli che pendono da una struttura per entrare in un anfratto buio e freddo per fare qualche foto. Eppure l’esperienza sui social rimbalza alla grande: trasformare la fine del Mondo in un contenuto, in una gita ‘a sole due ore da Milano, dove il parcheggio è gratuito!’. È come entrare dentro un corpo malato e cibarsi di quel che resta finché è in vita. Con dieci euro potremo dire ai nostri nipoti ‘io c’ero, io l’ho visto’, non sapendo che proprio queste poche parole hanno alimentato – in parte – la scomparsa dei ghiacciai stessi.” 

Così l’associazione Occhio del Gigiàt denuncia su Instagram la nuova, discutibile, tendenza del “turismo delle ultime possibilità”. Si tratta di una tipologia di turismo verso luoghi che stanno scomparendo a causa del cambiamento climatico, dai ghiacciai alla barriera corallina. In Svizzera, ad esempio, si propone la visita alla grotta del ghiacciaio del Rodano, ricreata ogni anno, che addirittura si potrà presto ammirare da una nuova piattaforma perché, come ribadito sul sito turistico quasi fosse una novità positiva, “si sta creando un lago nel punto estremo del ghiacciaio.”

Turisti camminano tra i teli termici sul ghiacciaio del Rodano (©ANSA/EPA)

“Il bisogno di apparire e sembrare il più interessante possibile – afferma ad Agenda17 Michele Bonazzi, docente di Sociologia della cultura presso l’Università di Ferrara – porta a una minore attenzione per tematiche che dovrebbero invece essere centrali. Se da un lato sta emergendo un tentativo di aumentare la sensibilità del consumatore, ad esempio con la nascita di movimenti legati allo slow tourism, dall’altro la necessità di vivere l’esperienza per riportarla agli altri supera il rendersi conto che è la questione ambientale a dover essere centrale.”

L’impatto del digitale: rappresentare, più che vivere, la realtà

E sono proprio i social network, che alimentano la ricerca di esperienze uniche per conquistare consenso, ad apparire tra i principali responsabili. “Dal punto di vista dell’universo dei social – continua Bonazzi – esiste una generazione che, come sostiene Galimberti, si basa esclusivamente su di essi e su un processo che possiamo chiamare di vetrinizzazione. Abbiamo cioè bisogno di mostrarci al meglio in quello che facciamo nella vita reale al punto che, se non è testimoniato attraverso l’immagine e raccontato tramite social, è come se l’evento non fosse mai esistito e non vi avessimo partecipato.

Michele Bonazzi, docente di sociologia della cultura presso l’Università di Ferrara (©unife.it)

È un po’ quanto accade quando si partecipa a un concerto filmandolo e finendo per guardarlo attraverso lo smartphone: è una sorta di esperienza mediata, che porta a perdersi la realtà con il solo obiettivo di doverla rappresentare e mostrare agli altri.

Nel turismo, in generale, la società digitale ha cambiato molto come ci muoviamo, pensiamo ai voli low cost piuttosto che alla possibilità di organizzare i viaggi in autonomia e recensire le strutture ricettive. Tutto ciò fa parte dell’impatto del digitale nella nostra vita quotidiana, che è sempre più pressante, pervasivo e presente: un tempo l’idea era che esistessero due universi separati, un io reale e uno digitale, ma ormai le ricerche parlano di una realtà aumentata nella quale c’è una compenetrazione delle due dimensioni.”

Il turismo delle ultime possibilità punta sull’unicità, anche nella tragedia

“Lo stesso accade – prosegue – con il turismo delle ultime possibilità, il cui concetto rientra nell’ambito più ampio di quello che cerca il turista contemporaneo. Uno studio ha evidenziato tre principali spinte legate al consumo culturale: la ricerca di autenticità, il fare esperienze non commerciali, quindi non qualcosa di banale e già visto ma qualcosa di unico, e il forte contenuto esperienziale. Il turismo di cui parliamo mi pare abbia queste caratteristiche poiché rientra nel concetto dell’esperienza unica e irripetibile, in questo caso perché va a deperimento.

Esiste un festival in Italia, It.a.cà, dedicato al turismo responsabile, che rappresenta proprio il tentativo di capire come determinate nostre azioni possono ferire un luogo e, quindi, come comportarsi in modo corretto quando si viaggia. 

Tuttavia certi argomenti hanno maggiore presa perché in qualche modo più quotidiani, ad esempio il turismo enogastronomico e il concetto di tipicità del territorio: questo tentativo di difendersi dalla globalizzazione del gusto è sentito maggiormente perché percepiamo l’idea del cibo come qualcosa di più vicino a noi. Non è invece altrettanto condivisa la percezione del rischio ambientale, nonostante ci venga raccontato da molti studi e da figure importanti.”

Sui social anche indignazione per lo sfruttamento ambientale, ma è temporanea

Allo stesso tempo, paradossalmente, nei giorni scorsi le immagini degli escavatori in azione sul ghiacciaio del Teodulo in vista della coppa del Mondo di sci hanno suscitato indignazione proprio su quegli stessi canali social.

Una delle immagini dei lavori tra Zermatt e Cervinia, tra le più diffuse negli scorsi giorni in rete (©Sébastien Anex, tvsvizzera.it)

“Da un lato, queste immagini – osserva Bonazzi – scatenano l’indignazione perché si percepisce che è una cosa sbagliata. Tuttavia è il momento che fa scattare l’indignazione: il rischio è che, passata la notiziabilità del fatto, non sia mantenuta l’importanza del tema. C’è quindi un contro senso nel lamentarsi del problema ma non avere una costante attenzione rispetto ad esso.”

Necessaria maggiore educazione al digitale e alla sostenibilità

Perché allora è così difficile percepire e far percepire la gravità dell’impatto del cambiamento climatico e di determinate attività su di esso?

“Ognuno di noi prova paura verso qualcosa di identificabile e visibile – conclude il docente – e angoscia e ansia verso qualcosa di non identificabile, ma che ci ferisce dall’interno. Temo che il problema riguardi proprio questo: partendo dal cosiddetto individualismo altruistico, cioè io per primo cerco di comportarmi in modo corretto nei confronti del Mondo perché mi rendo conto che è importante, per poter agire devo percepire il pericolo come reale. In questo caso tale percezione spesso manca, salvo per le generazioni più giovani che, forse, sono capaci di una visione più di prospettiva. 

Occorre perciò partire da un profondo momento educativo, che a sua volta parte dall’educazione al digitale. Potrebbe essere utile già nella fase scolastica andare a raccontare i rischi connessi all’utilizzo di determinati strumenti e, così, far comprendere che l’attività in rete non è solo intrattenimento ma può avere e ha un impatto reale.

Se fossero poi implementate anche delle forme di educazione alla sostenibilità per creare un percorso di crescita e rendersi conto da subito che il Mondo in cui viviamo è la nostra casa e come tale deve essere protetta, potremmo crescere generazioni che hanno una maggiore percezione e sensibilità su questi temi. Si tratta di un lavoro globale, che coinvolge tutti gli attori sociali.”

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