DOSSIER MONTAGNA: ANNO DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE Se la montagna soffre, soffriamo anche noi Celebrazioni: occasione perduta. Ripartire dal basso e dai giovani

DOSSIER MONTAGNA: ANNO DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE Se la montagna soffre, soffriamo anche noi

Celebrazioni: occasione perduta. Ripartire dal basso e dai giovani

A guardarle dal basso sono belle. Anzi, bellissime. E il mondo, visto da lassù, si presenta nuovo, con tutt’altre prospettive e contorni inediti. Non è retorica, ma un’ammissione inalienabile del reale. Ammesso ovviamente che questa bellezza delle montagne, tutt’altro che illusoria, non sia inquinata nello sguardo dagli effetti di interventi umani di discutibile significato, che spesso corrispondono anche a un doloroso e profondo impatto ambientale. Questa premessa apparentemente trascurabile è invece utile e necessaria per fare una riflessione sull’Anno internazionale dello sviluppo sostenibile della montagna, proclamato dall’Organizzazione delle Nazioni unite (Onu) per questo 2022 e che sta per chiudersi.

In vent’anni il cambiamento climatico è diventato crisi climatica 

Sulle montagne si sono di nuovo accesi i riflettori a vent’anni esatti dal primo Anno internazionale delle montagne. Era il 2002, di tempo ne è passato parecchio. Un ventennio in cui si ricordano poche azioni concrete e molte parole ispirate a idee e principi che molto spesso non hanno trovato una declinazione concreta. Se qualcosa è cambiato, quel qualcosa è senz’altro il clima. 

In questi anni non solo abbiamo assorbito il significato più profondo del concetto di “sostenibilità” – cercando di conseguenza di trovare applicazioni pratiche nelle decisioni individuali e collettive di tutti i giorni – ma abbiamo anche dato significato a un fenomeno che prima è stato definito “cambiamento climatico” e che poi ha assunto l’etichetta più adeguata e opportuna di “crisi climatica”. Abbiamo ancora proiettate nello sguardo e nel cuore le immagini dell’ultimo terribile disastro ambientale a Ischia. Prima c’erano state le Marche, la Val Ferret, la Marmolada e tanti altri casi ancora. 

Non stiamo parlando di episodi sporadici. Ce lo confermano i dati: nell’Anno internazionale dello sviluppo sostenibile della montagna, secondo quanto riportato dal Catasto delle frane di alta quota nelle Alpi, da giugno ad agosto si sono registrati 57 eventi (quasi il doppio rispetto ai 32 del 2016, un record; dal 2000 al 2005 non si erano mai superati i dieci eventi l’anno). 

Le terre alte hanno inoltre vissuto una tragica emergenza siccità negli alpeggi, con i pascoli secchi e le pozze per abbeverare gli animali asciutte a causa dell’assenza di pioggia e delle alte temperature. Con danni all’economia tradizionale e alla biodiversità. Oltre ai pascoli diversi rifugi hanno dovuto chiudere anticipatamente i battenti per mancanza d’acqua. 

Gettando invece uno sguardo sui dati della Società italiana di medicina ambientale (Sima) scopriamo che solo nel 2022 in tutto il Paese si sono registrati 130 eventi estremi. Mai così tanti negli ultimi dieci anni. Quindi è cambiato il clima, e di conseguenza anche la quantità di eventi avversi. Ma nonostante l’evidenza dei dati, poco è stato fatto per ridurre le emissioni o per mantenere fede agli “Accordi di Parigi”. Se la montagna soffre, a soffrire siamo anche noi. 

La fragilità del territorio, sommata all’insufficiente cura, compromette in modo sensibile le nostre stesse esistenze. Oltre a quelle delle terre alte, ovviamente. Vivere e lavorare in montagna è più difficile che in pianura e per questo è necessario prevedere e mettere in atto politiche specifiche. 

Proposte e disegni di legge buoni, ma concretamente si punta sull’industria della neve

Per esempio serve una legge sulla montagna, serve (ri)disegnare il rapporto città-montagna, serve attuare un tipo diverso di turismo che tenga anche conto del numero di persone che la montagna può accogliere in un’ottica di sostenibilità. È utile ricordare che nei mesi scorsi era in itinere un disegno di legge nazionale sulla montagna sostenuta dall’ex Ministro Mariastella Gelmini che mirava a favorire lo sviluppo economico e a contrastare lo spopolamento nei comuni montani. Le associazioni di rappresentanza, le professioni della montagna e l’associazionismo avevano reso note al Ministro le diverse istanze della montagna. Il percorso però non ha potuto concludersi a causa della caduta del Governo Draghi. E oggi siamo daccapo.

All’inizio dell’anno ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile ha pubblicato il position paper “Le aree interne e la montagna per lo sviluppo sostenibile”, che mette in evidenza scenari e riporta proposte che affermano i principi della sostenibilità nella programmazione economica e sociale delle montagna italiana. Uno strumento importante a cui guardare per il futuro delle terre alte. 

Tuttavia nell’Anno internazionale dello sviluppo sostenibile della montagna, in Italia, contro ogni evidenza e al di là delle parole, si continua ancora a puntare sull’industria della neve, e si prosegue con opere faraoniche e di grande impatto ambientale come quelle delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. 

Dobbiamo anche ricordare i progetti di nuove funivie come quella nel Vallone delle Cime Bianche in Val d’Aosta e della Doganaccia-Corno alla Scala nell’Appennino Tosco-Emiliano. Questi ultimi sono solo alcuni esempi legati a un’idea di turismo che non fa rima con sostenibilità. È ancora lontana la messa in pratica di un modello di sviluppo che concili esigenze economiche, infrastrutture, difesa dell’ambiente e della biodiversità ambientale, sociale e culturale. 

Da questo punto di vista, l’anno internazionale dello sviluppo sostenibile della montagna non sembra essere stata un’occasione ben sfruttata per dare una spinta importante nella direzione sperata. Ci sono però anche ragioni di ottimismo, perché nonostante la scarsità di azioni concrete in direzione di un cambio di passo qualcosa è accaduto davvero: è aumentata la consapevolezza delle persone. 

Aumentano la consapevolezza dei giovani e l’impegno dal basso

Questo, se ci pensiamo bene, è già un ottimo risultato. La maggiore coscienza non è riconoscibile in senso lato, ma soprattutto in quelle fasce di popolazione più coinvolte dal cambiamento. Pensiamo ai giovani che oggi, oltre ad aver ricevuto un’eredità pesante, anziché essere sempre più sfiduciati sembrano i primi a consapevolizzare il bisogno di processi d’innovazione sostenibili. 

E pensiamo a coloro che in montagna vivono o sono andati a vivere. C’è chi è rimasto per scelta e chi, sempre per scelta, ha deciso di trasferirsi. Nascono nuove comunità, spesso sotto forma di cooperative. E con loro nascono e si progettano distretti energetici, reti di sostegno e nuove forme di beni e servizi, a cominciare dal turismo lento fino al recupero delle risorse agro-silvo-pastorali. Insomma, a differenza di quanto accade nella dimensione politica più alta e di sistema, ogni azione che parte dal basso segue in modo puntuale e quasi ossessivo i principi che tendono al benessere ambientale, sociale ed economico.

“Women move mountains” (le donne smuovono le montagne) è questo il tema al centro della Giornata internazionale della montagna di quest’anno, che si celebrerà l’11 dicembre prossimo. Le donne, scrive l’Onu, svolgono un ruolo chiave nella protezione dell’ambiente e nello sviluppo sociale ed economico delle aree montane. Per innescare un vero cambiamento verso lo sviluppo sostenibile bisogna impegnarsi in un cambiamento trasformativo di genere. A mio modo di vedere è un obiettivo primario, centrarlo significa compiere uno straordinario balzo in avanti.

2 thoughts on “DOSSIER MONTAGNA: ANNO DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE Se la montagna soffre, soffriamo anche noi

Celebrazioni: occasione perduta. Ripartire dal basso e dai giovani

  1. Condivido tutto ma voglio porre rilievo su 2 parole scelte individuali e iniziative che partono dal basso… Ecco troppo spesso si usa la Paola devono fare e si ignora che ognuno di noi con le proprie scelte individuali può contribuire alla sostenibilità.. quanti di noi in fase di acquisto di un oggetto/abbigliamento ci poniamo a domanda? Ma è stato prodotto nel modo più ecosostenibile possibile? Nel rispetto dei lavoratori? O ci preoccupiamo solo della sua efficienza e del suo costo?? Lo stesso CAI con la proposta delle sue divise .a nostra rihieste sulla garanzia di prodotto ecosostenibile..ci ha invitato a rivolgersi al produttore..che ha via ha risposto in maniera vaga tano che abbiamo ritirato l acquisto delle divise. Insomma e facile dire rispetto per l ambiente ma si va in tasca proprio le cose cambiano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *