MONTAGNA, ANNO DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE. Foreste europee a rischio: il bostrico sta divorando i boschi di abete rosso (2) Difficile intervenire. Fondamentale il monitoraggio, e nuove tecniche consentono di ingannare l’insetto e catturarlo

MONTAGNA, ANNO DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE. Foreste europee a rischio: il bostrico sta divorando i boschi di abete rosso (2)

Difficile intervenire. Fondamentale il monitoraggio, e nuove tecniche consentono di ingannare l’insetto e catturarlo

Chi avesse cercato riposo e serenità nei boschi delle Alpi in questa estate dal clima preoccupante, sarà rimasto sconcertato alla vista di ampie – a volte amplissime – aree totalmente rinsecchite. Distese di alberi morti che al posto del verde abituale esibiscono rami bruni, privi di aghi. Sono gli effetti dilaganti della presenza del bostrico tipografo (Ips typographus), l’insetto responsabile di un danno difficile da arginare.

A oltre tre anni di distanza da Vaia, la tempesta che ha colpito il Triveneto nell’ottobre 2018 causando l’abbattimento di milioni di alberi, infatti, i boschi italiani ed europei stanno subendo un’altra strage, più silenziosa ma ben visibile: le popolazioni di bostrico tipografo sono in forte crescita, anche grazie agli effetti del cambiamento climatico, causando in poco tempo la morte di migliaia di piante.

Gli effetti del bostrico a Livinallongo del Col di Lana: l’Alto Agordino è tra le aree più colpite (foto di Sandy Fiabane)

Intervenire non è facile, se non con azioni di carattere preventivo sul lungo periodo. La massiccia diffusione dell’infestazione, infatti, rende impossibile al momento attuare strategie efficaci di contrasto a quella che è ormai una vera e propria emergenza fitosanitaria.

L’abete rosso non ha futuro a quote basse

“La situazione dell’abete rosso a Sud delle Alpi – afferma ad Agenda17 Massimo Faccoli, docente di Zoologia forestale presso l’Università di Padova – non ha futuro, se non in condizioni particolari. Si tratta infatti di una specie dei climi freddi, arrivata da noi solo grazie all’ultima glaciazione e poi piantata dappertutto dall’uomo. Oggi ne paghiamo le conseguenze, perché il clima sta cambiando.”

In Veneto la situazione è allarmante. Nella montagna veneta infatti i boschi di abete rosso sono molto diffusi e al momento non è possibile prevedere quando l’infestazione potrà tornare a una situazione endemica.

“Nel nostro territorio – afferma ad Agenda17 Valerio Finozzi, ispettore fitosanitario presso la Regione del Veneto – la seconda Provincia per numerosità di attacchi è Vicenza. Nella Piana di Marcesina, però, essendo zona pianeggiante si è potuto operare con mezzi meccanizzati e una certa continuità, per cui il fenomeno è un po’ più contenuto, anche se con la siccità la preoccupazione non manca.

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Valerio Finozzi, ispettore fitosanitario presso la Regione Veneto (foto di Valerio Finozzi)

La zona invece più martoriata è la Provincia di Belluno, soprattutto l’Alto Agordino, a causa della prevalenza di versanti scomodi e della difficoltà a reperire ditte che possano prelevare il legno bostricato, che rappresenta inoltre un rischio per il pericolo di incendi e problemi di dissesto idrogeologico.

Oltretutto, nelle zone sotto i 1200 metri ci aspettiamo quest’anno anche la terza generazione di bostrico tipografo, soprattutto se i mesi di settembre e ottobre saranno caldi. Temo che in queste aree l’abete rosso sia destinato a essere fortemente ridimensionato nel suo attuale areale, perché con un’infestazione così estesa il fenomeno non può che essere monitorato, ispezionato e seguito secondo una logica che coniughi gli ambiti di gestione con la naturale regolazione della situazione.”

Al momento è difficile intervenire, ma si continua con il monitoraggio

Il monitoraggio resta però fondamentale. A gennaio 2022 è stato avviato un progetto triennale di ricerca e sperimentazione per sviluppare una strategia di gestione integrata, in collaborazione tra la Regione Veneto, l’Università di Padova e l’Agenzia veneta per l’innovazione nel settore primario (Veneto agricoltura). Inoltre, lo scorso anno è stato costituito un tavolo tecnico nazionale per lo studio del problema, coinvolgendo tutti i territori colpiti (Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Province di Trento e Bolzano).

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Sono state oltre 500 le trappole attivate nel periodo aprile-settembre 2019 (©dafnae.unipd, Vaia e il rischio bostrico)

“Nell’ambito del progetto – spiega Finozzi – abbiamo svolto un’importante azione di monitoraggio con trappole a feromoni, che ci forniscono una panoramica sulla fenologia dell’insetto e lo stato delle popolazioni. Inoltre, abbiamo predisposto una campagna informativa per la popolazione con volantini e cartelloni e un geoportale in cui sono visibili i dati raccolti.

Ad Asiago, ad esempio, si è osservato il fenomeno delle generazioni sorelle: all’interno di una stessa generazione, se la popolazione è a livelli importanti e c’è disponibilità di cibo, le femmine fecondate depongono le uova sia nel sito dell’accoppiamento sia su altre piante o in altri punti della stessa pianta.

Questo determina un incremento numerico della generazione, che scombina la gestione del problema, perché ci troviamo di fronte a un attacco continuo da maggio a settembre.”

Anche la Provincia di Trento, in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach, ha attuato un piano di contenimento con una rete di monitoraggio, installata subito dopo Vaia, di circa 230 trappole su tutto il territorio.

“Questa copertura – afferma ad Agenda17 Cristina Salvadori, responsabile del monitoraggio fitopatologico delle foreste trentine presso la Fondazione Mach – ci descrive l’evoluzione del fenomeno e ci fornisce informazioni quantitative. Ci sono infatti soglie di cattura oltre le quali si parla non più di presenza endemica dell’insetto, ma di epidemia. Queste soglie sono state superate già dal secondo anno dopo Vaia e quest’anno, pur essendo poco oltre metà stagione, abbiamo già oltre l’80% delle trappole in condizione epidemica.

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Cristina Salvadori, Fondazione Edmund Mach (©researchgate.net)

Tutte le informazioni raccolte sono poi importantissime anche per la conoscenza del fenomeno in futuro, quando queste epidemie aumenteranno di frequenza a causa del cambiamento climatico.”

A volte è meglio non intervenire 

Secondo le previsioni condivise con l’università, come ci spiega Finozzi, il picco dell’infestazione è atteso per il 2023-24, cioè a distanza di cinque anni da Vaia. Successivamente ci vorranno circa altri cinque anni per tornare in una situazione di infestazione endemica, con il bostrico in equilibrio con l’ambiente, ma molto dipenderà dal clima.

Esempio di trappole a feromoni allestite in Trentino (©dafnae.unipd, Vaia e il rischio bostrico)

“In questo momento – afferma Salvadori – non possiamo intervenire per fermare la diffusione del bostrico. Sono stati fatti dei tentativi all’inizio delle epidemie su focolai limitati, nel 2019 e 2020, ma con popolazioni così diffuse siamo impotenti. Bisogna aspettare che agiscano i fattori di regolazione naturali esterni, quindi gli antagonisti del bostrico, e quelli interni di competizione (quando gli insetti sono troppi devono autoregolarsi). Solo allora si potrà pensare di intervenire attivamente.”

Una possibile strategia potrebbe essere la predisposizione di piante esca. “Si tratta – spiega Finozzi – di abbattere alcune piante sane e renderle attrattive per il bostrico con feromoni di sintesi. In seguito, tali piante devono essere scortecciate o esboscate, eliminando così una massa di insetti che, diversamente, attaccherebbero nuove piante.

Ad esempio, a Lavarone, in Trentino, a marzo è stato predisposto un lotto boschivo che ha comportato l’abbattimento di circa 1500 piante esca. A metà giugno sono state esboscate e portate in segheria, grazie a una pianificazione accurata e alla possibilità di accesso ai siti interessati. Hanno stimato di aver asportato dai 3 ai 3,5 milioni di insetti e vedremo se questo metodo inciderà sugli attacchi futuri.”

Prevenire attraverso i boschi misti 

Una soluzione importante a lungo termine è cercare di favorire la diffusione di boschi misti, al posto delle attuali formazioni pure, coetanee e specifiche di abete rosso. “Tali formazioni – osserva Faccoli – potranno sopravvivere solo a quote particolarmente alte, cioè almeno sopra i 1500 metri.

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Massimo Faccoli, docente di zoologia forestale presso l’Università di Padova (©unipd)

Si possono mantenere in realtà nelle quali l’abete rosso è un elemento fondamentale del paesaggio e dell’economia, come la Val di Fassa o la Val di Fiemme, l’altopiano del Cansiglio, della Lessinia e di Asiago, ma bisogna allo stesso tempo investire nella protezione delle foreste.

Dove invece non c’è convenienza economica o si presentano difficoltà di natura orografica, bisogna cambiare la composizione delle foreste, diminuendo l’abete rosso e aumentando altre specie di conifere e latifoglie. Così facendo si creano boschi più stabili, resistenti e resilienti.”

Push and pull: ingannare l’insetto per proteggere le piante

C’è infine una tecnica in sperimentazione che può supportare il monitoraggio e il contenimento del fenomeno: il cosiddetto push and pull.

È basata sul fatto che l’insetto è un selezionatore, capace di trovare in mezzo a una foresta la pianta che risponde alle sue esigenze. Tramite i chemiorecettori delle sue antenne, segue le sostanze volatili rilasciate dagli alberi e riconosce non solo una specie da un’altra, ma anche una pianta sana da una indebolita.

Il push and pull permette in qualche modo di ingannare l’insetto. La parte push consiste nell’estrarre le sostanze chimiche da cortecce di betulla, pioppo, salice o altre piante non ospite e disporle, mediante erogatori, sul tronco degli abeti rossi, in modo che l’insetto non li riconosca come potenziali ospiti.

Contemporaneamente c’è la parte pull: a una trentina di metri dal bosco si collocano delle trappole con sostanze attrattive, che fanno cadere l’insetto al loro interno. In questo modo l’effetto è duplice: evitare o ridurre la colonizzazione degli alberi da parte dell’insetto e abbattere parte della popolazione nelle trappole.

Le buche interne sono aree particolarmente fragili, perché gli alberi circostanti sono più esposti al vento e alla radiazione solare (foto di Denis Sovilla, Val di Fassa)

“Si tratta – commenta Faccoli – di una strategia applicata in Italia nel 2020 e nel 2021, con risultati finora incoraggianti. È un buon sistema contenitivo di emergenza, che non si può però pensare di applicare su tutti i boschi perché è particolarmente costoso e richiede molta manodopera. 

Tuttavia aiuta nel prevenire o ridurre i danni, collocando gli erogatori lungo i margini sul bosco, più suscettibili a nuovi attacchi. Le piante già a terra, o le cataste di legna, invece, sono troppo attrattive per l’insetto e nemmeno il repellente funzionerebbe.”

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