Donne nella ricerca scientifica:  la pandemia ha aggravato il divario di genere (1) Peggiorano i dati su: pubblicazioni, carriera e retribuzione

Donne nella ricerca scientifica: la pandemia ha aggravato il divario di genere (1)

Peggiorano i dati su: pubblicazioni, carriera e retribuzione

In una recente intervista Nicole Ticchi, fondatrice di She is a Scientist, ha sottolineato come prima della pandemia il periodo stimato per colmare il divario di genere fosse di circa novantanove anni. Oggi siamo saliti a circa 135 anni, prova di come il Covid abbia aggravato una situazione già precaria per il lavoro femminile e la tutela delle donne.

Dopo aver analizzato il problema da un punto di vista legislativo, vediamo ora come l’impatto della pandemia sia stato particolarmente pesante per il settore scientifico, con un crollo del tempo che le scienziate hanno potuto dedicare alla ricerca.

A novembre è stato pubblicato su Nature uno studio nel quale le autrici hanno analizzato gli effetti dei lockdown sulle diseguaglianze di genere, basandosi sul numero di preprint prodotti in astrofisica e astronomia. “Abbiamo pubblicato solo i dati dei primi sei mesi del 2020 – specifica Laura Inno, docente e ricercatrice presso l’Università Parthenope di Napoli e prima autrice della ricerca – perché ci sembravano più rappresentativi. Sono dati abbastanza eloquenti, ma già allora l’idea era di continuare a monitorare la situazione, che nel 2021 purtroppo è peggiorata.”

Laura Inno, docente  presso l’Università Parthenope di Napoli (© laurainno.com)

Dallo studio emerge che nel primo semestre del 2020 la produzione totale ha subito un prevedibile calo rispetto agli anni precedenti. Tuttavia, mentre la percentuale di pubblicazioni degli uomini è aumentata, quella delle ricercatrici è scesa dal 31,8% del 2017 al 26,6% del 2020 a causa di una iniqua distribuzione del carico di lavoro tra le mura domestiche.

“Pur essendoci poi stata una ripresa delle pubblicazioni nel secondo semestre del 2020, che le ha riportate in linea con il passato – rivela Inno – con il 2021 la produzione totale è di nuovo calata del 30%, complice un maggiore impatto psicologico delle restrizioni rispetto a un anno fa. La cosa che più spaventa però è ancora la disparità di genere: la produttività delle donne è diminuita di quasi il 10%, aggravando ulteriormente la situazione.”

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Numero degli articoli preprint presentati nel primo semestre del 2020: in grigio il numero degli elaborati totali, in giallo e viola la suddivisione per genere (© dati dello studio “COVID-19 lockdown effects on gender inequality” Inno et al. Nature, 2020)

La crescita della produttività per gli uomini non deve stupire. Tagliando i tempi impiegati in attività accessorie, come gli spostamenti, durante i lockdown c’è stato infatti un aumento delle ore disponibili per lavorare. L’aspetto drammatico riguarda proprio le donne: “con l’inizio dell’estate 2020 – ribadisce Inno – i dati mostrano dei miglioramenti, ma teniamo conto che c’era anche una maggiore possibilità di gestire le attività famigliari fuori casa, ad esempio con centri estivi e campi scuola. Questo ha certamente aiutato a ristabilire un equilibrio, ma il divario non si è comunque colmato.”

Cos’è successo allora durante la pandemia? “Già ad aprile 2020 – spiega Fulvia Signani, docente di Sociologia di genere e co-fondatrice del Centro universitario di studi sulla medicina di genere presso l’Università di Ferrara – le Nazioni Unite denunciavano l’aggravarsi delle disuguaglianze di genere in una situazione di forte allarme sociale come quella dei lockdown, nella quale era in atto una regressione dei diritti con il ritorno ai ruoli tradizionali di cura di bambini e anziani da parte delle donne. Un fenomeno silenzioso che ha coinvolto anche le scienziate.”

Le donne si laureano di più, ma c’è forte discriminazione nella carriera

Un recente report del Consiglio universitario nazionale (Cun), sulla base dei dati forniti dal Ministero dell’università e della ricerca tra il 2008 e il 2018, ha rivelato che, in linea con l’Europa, anche in Italia la presenza femminile diminuisce con il progredire della carriera accademica. L’aspetto forse più interessante è che tanto nel 2008 quanto nel 2018 il numero totale di donne laureate è superiore a quello degli uomini rispettivamente di circa 20mila e 15mila unità.

Con l’ingresso nel mondo del lavoro, però, la situazione si capovolge. In ambito accademico le differenze più marcate si riscontrano soprattutto tra i professori associati e tra i professori ordinari, ruoli per i quali il rapporto tra uomini e donne è eccessivamente squilibrato. “Inoltre – aggiunge Signani – non dimentichiamo che le donne arrivano a essere riconosciute professore ordinario in età molto successive rispetto agli uomini, penalizzate anche e soprattutto dalle gravidanze.”

Lo conferma un’indagine promossa da ValoreD, associazione di oltre 260 imprese. Da questi dati emerge innanzitutto che in Italia solo il 18,9% delle laureate ha scelto discipline Science, Technology, Engineering and Mathematics (STEM) ma, nonostante i loro voti siano più alti, non ottengono gli stessi risultati lavorativi.

Solo il 38% delle donne STEM ricopre infatti una posizione manageriale. Inoltre, a conferma del ruolo giocato dalle scelte personali, l’indagine rileva che il 66% di queste lavoratrici è impegnato in una relazione ma oltre la metà non ha figli.

Il gender pay gap e il fenomeno del soffitto di cristallo

Secondo l’Unione astronomica internazionale, la comunità italiana di astrofisica e astronomia vanta la più alta percentuale di donne rispetto ai Paesi leader nel settore, circa il 30%, ma questo dato sembra nascondere il fatto che, a parità di istruzione, gli uomini ottengono una retribuzione migliore.

È un problema evidente anche nel settore sanitario. A livello mondiale il 70% della forza lavoro è femminile e anche in Italia la percentuale rimane maggioritaria, pur scendendo al 67%. Nonostante questo, rimangono forti le differenze in termini di retribuzione.

II soffitto di cristallo ostacola l’avanzamento di carriera delle donne, non solo nella ricerca scientifica, ma anche nel settore sanitario (© Pexels)

L’Organizzazione delle nazioni unite stima infatti che la disparità salariale di genere nel settore sanitario sia dell’11%. La causa è legata al fatto che la maggior parte delle donne ricopre lavori meno prestigiosi e meno pagati, spesso part-time, sia come ricercatrici sia negli altri ruoli. Inoltre, la stima dell’Organizzazione mondiale della sanità vede il 69% delle organizzazioni globali della sanità dirette da uomini così come l’80% dei consigli di amministrazione.

Nel prossimo articolo cercheremo di analizzare questa situazione da un punto di vista sociologico, per far luce sulle cause di una precarietà che esiste ormai da tempo e capire quali potrebbero essere gli interventi possibili per porvi rimedio. (1.Continua)

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