Meno libertà di stampa nel Mondo. Anche per colpa di giornalisti troppo vicini al potere. Per il giurista Grandi è urgente intervenire sulla diffamazione per non intimidire i redattori

Meno libertà di stampa nel Mondo. Anche per colpa di giornalisti troppo vicini al potere. Per il giurista Grandi è urgente intervenire sulla diffamazione per non intimidire i redattori

Dal 2013 Reporter Sans Frontières (RSF) pubblica ogni anno il World Press Freedom Index, una classifica mondiale per monitorare il rispetto della libertà di stampa. I dati di quest’anno mostrano un giornalismo mai così in difficoltà: risulta infatti completamente o parzialmente bloccato nel 73% dei 180 Paesi presi in considerazione.

L’Italia mantiene il quarantunesimo posto, con i giornalisti spesso presi di mira dalle organizzazioni criminali e dalle violenze da parte dei negazionisti della pandemia. A livello mondiale c’è stato un deterioramento nell’accesso all’informazione e nella copertura delle notizie, con la pandemia spesso utilizzata per bloccare l’accesso alle informazioni e alla reportistica sul campo.

Ruben Razzante fondatore del portale www.dirittodellinformazione.it e docente di Diritto dell’informazione, Diritto europeo dell’informazione e Diritto della comunicazione per le imprese e i media all’Università Cattolica di Milano (© rubenrazzante.it)

“Quando ci sono tragedie come questa – afferma Ruben Razzante, docente di Diritto dell’informazione presso l’Università Cattolica di Milano – sono sospese molte libertà, compresa l’informazione, in nome di un interesse superiore che è la salute. Negli Stati totalitari è stato fatto a cuor leggero, come pretesto per accentrare ulteriormente il potere, mentre nei Paesi democratici si è verificato tramite una serie di step, secondo me con molti profili di incostituzionalità. Personalmente infatti mi sarei aspettato un confronto pubblico più ampio.”

Come sottolineato anche da Christophe Deloire, segretario generale di RSF, il giornalismo è il miglior vaccino contro la disinformazione, ma è spesso ostacolato da fattori politici, economici, tecnologici e culturali.

In Europa, che assieme alle Americhe è tra i continenti che maggiormente rispettano la libertà di stampa, si è registrato un notevole peggioramento nelle violenze contro i giornalisti, più che raddoppiate nell’Unione europea e nei Balcani.

In Italia aumentano le intimidazioni

Secondo RSF, nel nostro Paese una ventina di giornalisti sono attualmente sotto scorta a causa delle intimidazioni da parte di mafia e criminalità organizzata, cui si aggiungono minacce e aggressioni dei negazionisti nei confronti dei giornalisti che documentavano le proteste nei mesi della pandemia.

Il Centro di coordinamento sul fenomeno degli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti rileva che nel 2020 le minacce sono aumentate dell’87% rispetto al 2019 e nel primo trimestre 2021 del 50% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Nel 2020 163 episodi di intimidazione nei confronti dei giornalisti, con un aumento dell’87% rispetto al 2019 (© dati riportati nel documento “L’Attività di contrasto” del 23 Aprile 2021 del Centro di coordinamento sugli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti presso il Ministero dell’Interno)

Un brutto connubio fra potere e molti giornalisti

“Secondo me – sottolinea Razzante – è anzitutto un problema di autorevolezza dell’informazione. Se la classe politica continua a considerare l’informazione come strumento di potere e non come bene pubblico, e se i giornalisti non fanno nulla per invertire questa tendenza, è chiaro che non andiamo da nessuna parte.

I giornalisti sono spesso i primi a rinunciare alla libertà schierandosi a favore di uno o dell’altro, anziché dalla parte dei cittadini. Così il rischio che ciclicamente alcuni vadano sotto scorta a causa delle loro inchieste scomode rimane: tutti i giornalisti infatti dovrebbero fare inchieste scomode e stare lontani dal potere.”

Qual è allora una possibile via d’uscita? “La soluzione – sostiene Razzante – è il recupero di autorità e autorevolezza della professione. È un problema di etica, neutralità e di approccio pluralista, che sono da sempre principi della deontologia giornalistica, ma vengono messi in secondo piano per coltivare interessi che non c’entrano nulla con la libertà di informazione.”

Urgente modificare la norma di diffamazione a mezzo stampa

Ciro Grandi docente di Diritto penale ed European Criminal Law presso la facoltà di Giurisprudenza di Unife (© unife.it)

Nel biennio 2015-16 l’Italia precipitò oltre il settantesimo posto nell’indice di RSF. Accanto alle intimidazioni mafiose furono determinanti le cause infondate per diffamazione da parte di esponenti dell’autorità pubblica. Erano gli anni degli scandali in Vaticano, che moltiplicarono il ricorso alle querele temerarie.

Oggi il problema rimane, tanto che la Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), in un recente incontro con la ministra della Giustizia, ha posto sul tavolo due necessità: l’abrogazione della pena detentiva per i cronisti e un percorso di riforma contro l’uso eccessivo delle cosiddette querele bavaglio.

“Nel nostro ordinamento – spiega Ciro Grandi, docente di Diritto penale presso l’Università di Ferrara – per la diffamazione a mezzo stampa il codice penale prevede o la pena pecuniaria o la detenzione, in base alla gravità del fatto. Secondo la legge sulla stampa del 1947, però, se la diffamazione consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, ad esempio se il giornalista accusa un politico di favori a un clan mafioso, sono previste entrambe le sanzioni.”

La Corte europea dei diritti dell’uomo ritiene tuttavia che la pena detentiva sia sproporzionata, poiché contrasta con la libera manifestazione del pensiero tutelata dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Come ha risposto allora la giurisprudenza italiana?

“Con un’ordinanza del giugno 2020 – continua Grandi – la Corte costituzionale ha dato al legislatore un anno di tempo per riformare la disciplina penale della diffamazione. Se ciò non avverrà, com’è verosimile visto che la scadenza è prossima, interverrà la Corte stessa probabilmente eliminando il carcere dalla legge sulla stampa.”

“Non significa eliminare l’illiceità penale della diffamazione – continua Grandi – ma si vuole far sì che la possibile sanzione non abbia l’effetto di intimidire il giornalista. Se infatti già ora si preferisce la sanzione pecuniaria, tranne per casi più gravi come l’istigazione alla violenza, l’hate speech o la discriminazione razziale, bisogna rimuovere anche in astratto la possibilità del carcere per evitare il chilling effect, cioè la rinuncia a un proprio diritto nel timore che la pena sia molto severa.”

C’è però anche l’altro lato della medaglia: la Fnsi denuncia il rischio che l’aumento delle sanzioni pecuniarie diventi un’arma altrettanto pericolosa, con multe salatissime che mettono in ginocchio i giornalisti.

“È un problema reale e di difficile soluzione – aggiunge Grandi – tuttavia bisogna considerare anche un altro aspetto, su cui la stessa Corte ha chiesto di aggiornare la disciplina: i nuovi media e la facilità con cui si può distruggere la vita di una persona tramite il web, soprattutto se si tratta di reati in materia sessuale, pedopornografia o criminalità organizzata. Inoltre, spesso, il giornalismo politicamente orientato tende a calcare la mano in modo consapevole per delegittimare l’avversario politico, ma qui ne va della sua vita.”

“Le querele temerarie – concorda Razzante – sono certamente un problema. Si può intervenire con leggi ad hoc per tutelare il giornalismo d’inchiesta, ma anche facendo rispettare di più la deontologia professionale, altrimenti l’impunità di cui giornalisti accusano la classe politica diventa anche un loro privilegio.”

“Anche la Corte – conclude Grandi – riconosce la necessità della sanzione disciplinare da parte dell’Ordine dei giornalisti. Se però un giornalista viene sospeso ma continua a fare attività sui social, il provvedimento non ha più rilevanza. A chi interessa se l’autore di un sito è iscritto all’Ordine? È richiesta l’iscrizione per lavorare in radio e nella televisione pubblica, ma le fonti di informazione sono talmente diversificate che è un’arma debole per arginare il problema.”

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