Un’utopia pragmatica per la città del futuro

Un’utopia pragmatica per la città del futuro

Come sarà la città del futuro? E, se la possiamo immaginare, siamo in grado di progettarla, costruirla e viverci? Durante l’evento “La città del futuro”, penultima tappa del Festival del giornalismo Internazionale a Ferrara 2020, il dibattito ha affrontato questo tema coinvolgendo Francesca Bria, presidente del Fondo nazionale innovazione, Michele De Lucchi, architetto e designer, e Caterina Sarfatti, direttrice del programma Inclusive climate action dell’organizzazione internazionale C40 Cities

La città del futuro (©Laboratorio Design of Science – Dos, Unife)

Questa organizzazione supporta una rete di città a livello mondiale per incentivare la collaborazione e la condivisione di azioni sostenibili che mirano ad affrontare efficacemente il cambiamento climatico. 

Rinnoviamo gli spazi: la “città dei 15 minuti” e la smart countryside

Il benessere delle persone e la sostenibilità ambientale dovrebbero essere i riferimenti del nuovo modello chiamato “città dei 15 minuti”, in cui servizi fondamentali, come uffici, alimentari e scuole, sono raggiungibili in questo lasso di tempo con i mezzi di trasporto che il cittadino preferisce. 

Anche la concezione di periferia cambia in questa visione. Non è più intesa come luogo marginale e intellettualmente immobile, bensì come spazio libero e creativo che potremmo chiamare smart countryside

“L’architetto – afferma De Lucchi – progetta anche i comportamenti delle persone poiché l’ambiente interviene sulla personalità e sulla costruzione di relazioni.” Quindi investire nelle piccole comunità di condomini creando delle happy communities vuol dire evitare la standardizzazione e creare edifici che ospitano cittadini sereni.

Le tre grandi crisi di oggi e i loro effetti su poveri e donne

“Nulla del modello di città di oggi è sostenibile” afferma Sarfatti, e questo perché stiamo attraversando tre grandi crisi collegate tra loro: quella economico-sociale in cui emergono le disuguaglianze, la crisi ambientale fortemente connotata dal cambiamento climatico, e la crisi sanitaria strettamente legata alla pandemia.

Gli effetti di tutti questi gravi turbamenti impattano enormemente di più sui poveri e sulla popolazione discriminata, nonché sulle donne nell’ambito lavorativo. 

Tutte e tre le crisi che definiscono questo momento storico nascono dallo stesso modello attuale di economia e produzione energetica. Per questo è necessario un cambiamento radicale delle abitudini e della gestione delle risorse della città attuale.

Le disuguaglianze dei Paesi del Sud del Mondo

Il cambiamento di cui si è parlato nel dibattito “La città del futuro” difficilmente si potrà realizzare uniformemente a livello globale. In alcune realtà, l’organizzazione dello spazio, le condizioni sociali e le relative abitudini possono essere intrinsecamente più resistenti al rinnovamento. 

Romeo Farinella, docente di Progettazione urbanistica a Unife, parlando in un’intervista a Laboratori Aperti del divario tra ricchi e poveri in Africa e Sud America, ha spiegato il “dramma degli invisibili”, cioè tutti coloro che non risultano nelle statistiche ufficiali e abitano su marciapiedi, ponti e piazze del centro città e delle zone periferiche. In questi “quartieri informali” estremamente diffusi, le strade funzionano come estensione dello spazio abitativo, ricche di attività che gli europei svolgono esclusivamente all’interno delle proprie mura domestiche. 

Si tratta di differenze strutturali che diversificano sostanzialmente l’approccio e le prospettive al cambiamento, ma hanno ripercussioni globali, se pensiamo alle crisi citate da Sarfatti, che stiamo vivendo su più livelli.

Gestire l’invasione tecnologica  

La pandemia potrà in qualche misura influire sull’organizzazione della città del futuro e su come svolgeremo le attività quotidiane? In parte è già accaduto. La tecnologia ha invaso lavoro, educazione, sanità e mobilità. 

Francesca Bria sostiene che nuove governance e istituzioni gestiranno le infrastrutture digitali per portare la trasformazione digitale a servizio delle grandi sfide ecologiche. Pertanto, sarebbe opportuno investire nella didattica per consentire l’acquisizione di competenze nell’utilizzo degli strumenti tecnologici, nozioni sulla privacy e diritti del digitale.

“Utopia pragmatica” come strategia per creare partecipazione e coinvolgimento

Secondo Bria, non è sufficiente la consapevolezza teorica di cosa abbiamo bisogno: spazi verdi, un’economia sostenibile e una gestione attenta delle risorse sono idee e progetti che devono concretizzarsi attraverso la partecipazione attiva dei cittadini, e in particolare dei giovani. Si tratta di coinvolgere dal basso le persone e renderle protagoniste del cambiamento creando opportunità di scambio tra figure interdisciplinari.

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