DOSSIER ITALIANI D’EUROPA Ci vogliono impegno e passione per fare l’Europa dei cittadini. Con l’Erasmus ha funzionato, con i migranti no L’esperienza emblematica di Enrico Traversa, per anni direttore del Servizio giuridico della Commissione europea

DOSSIER ITALIANI D’EUROPA Ci vogliono impegno e passione per fare l’Europa dei cittadini. Con l’Erasmus ha funzionato, con i migranti no

L’esperienza emblematica di Enrico Traversa, per anni direttore del Servizio giuridico della Commissione europea

“La recente pubblicazione del documento in cui l’amministrazione americana esprime un giudizio sprezzante sul modello di società dell’Europa, e al quale i governanti europei hanno reagito in modo troppo timido, diceva che gli Stati Uniti  vedono  una civiltà europea in declino. È falso. È completamente falso. 

Questa affermazione è completamente falsa. E vi do solo qualche cifra:  Il 40% della spesa sociale di tutto il Mondo, è spesa sociale degli Stati dell’Unione europea: scuole, ospedali, indennità di disoccupazione, pensioni, pensioni di invalidità, assistenza sociale agli indigenti. Negli Stati Uniti è meno della metà. I cittadini americani pagano l’istruzione e l’assistenza sanitaria, e non hanno nessuna assistenza sociale in caso di indigenza.

Questo è uno dei due pilastri dell’Unione europea. L’altro pilastro sono le Costituzioni democratiche, libere elezioni, libera stampa, giudici indipendenti dal potere esecutivo. Mentre la società americana è una società violenta, basata sulla competizione e il risultato di questa mentalità competitiva, per dare solo un esempio, è che i detenuti reclusi nelle prigioni degli Stati Uniti d’America sono 2 milioni, cioè una città come Milano dietro le sbarre. Nei ventisette Stati dell’Europa i detenuti sono 400 mila, un quinto.

Negli Stati Uniti ci sono 84 milioni di armi da guerra possedute da privati cittadini. Negli Stati europei la detenzione di un’arma da guerra è un reato passibile di carcere, di condanna penale

 Ecco, quando giro per l’Europa io mi sento a casa.”

In queste parole c’è tutto l’orgoglio e il bilancio di un funzionario che l’Unione europea la conosce bene e dall’interno per aver lavorato nelle sue istituzioni per più di trent’ anni. Enrico Traversa, è stato direttore del Servizio giuridico della Commissione europea, ha rappresentato l’istituzione dinanzi alla Corte di giustizia in più di 500 cause e ha contribuito ad alcuni progetti che hanno formato l’Unione che oggi conosciamo.

Enrico Traversa, è stato direttore del Servizio giuridico della Commissione europea

 “Avevo 17 anni – racconta Traversa nell’ ultimo incontro del ciclo  “Italiani d’Europa” organizzato dai dipartimenti di Giurisprudenza e di Studi umanistici dell’Università di Ferrara in collaborazione con il CEDE (Centro di documentazione e studi sull’Unione europea) –   quando mi resi conto durante le manifestazioni del maggio del Sessantotto  che le manifestazioni di piazza sono una bella cosa, molto esaltante, però se gli slogan poi non si traducono in norme di legge restano buone intenzioni. Quindi mi sono iscritto alla Facoltà di legge per arrivare in quel quei gangli vitali di un’amministrazione dove un corpo di giuristi super specializzati scrive le leggi. 

E volevo arrivare a scrivere le leggi, non per fare gli interessi dei grandi ricchi, come succede ormai da decenni ma per fare anche gli interessi dei deboli di questa società, a cominciare dai poveri, disoccupati, contribuenti, piccoli contribuenti.”

L’incontro, organizzato dall’Università di Ferrara nell’ambito delle iniziative di Public Engagement, ha consentito di vedere dall’interno, grazie alla ricostruzione di Traversa intervistato dagli studenti del Dipartimento di giurisprudenza e studi umanistici dell’Università di Ferrara, come funziona la “macchina” delle istituzioni comunitarie, per capire le difficoltà e opportunità che spesso i cittadini non vedono, per superare quella sensazione di “lontananza” che non consente di cogliere il valore dei risultati raggiunti.

La nascita del progetto Erasmus

Certamente uno dei programmi di maggior successo, per numero di persone coinvolte e per capacità di concretizzare un senso di appartenenza sovranazionale nei giovani europei, è il programma Erasmus per la mobilità degli studenti.

Nel racconto di Traversa emerge come le buone idee abbiano bisogno di un lavoro accurato e, perchè no, di un po’ di fantasia, per diventare realtà.

Quando il progetto comincia a prendere forma, nel 1985, c’era un ostacolo che sembrava insuperabile:  in tutto il Trattato della Comunità economica europea dell’epoca la parola istruzione non compare da nessuna parte. 

Il problema era molto grave perché l’ Europea è competente a legiferare solo nei settori che le sono stati trasferiti dagli Stati, secondo il principio di attribuzione delle competenze.

“Allora – ricostruisce Traversa -, studiando il problema, trovai nel trattato dell’epoca un articolo, il 128, che prevedeva che la Comunità economica europea aveva una limitata competenza in materia di formazione professionale. Ma non c’era nessuna definizione di formazione professionale; sono sicuro che quando fu scritto il trattato, nel 1957, per formazione professionale  i redattori pensavano agli idraulici, agli elettricisti, muratori. 

Per fortuna la Corte di giustizia pochi mesi prima aveva emanato una sentenza sulla non discriminazione degli studenti degli stati membri, e aveva elaborato una definizione molto ampia di formazione professionale, intendendo qualunque studio prepara all’esercizio di una ‘professione specifica’. Ecco, questa è la parola magica della quale mi sono impadronito: una ‘professione specifica’. E allora ho elaborato una motivazione in base alla quale tutti gli studi universitari preparavano direttamente o indirettamente a una professione specifica. La Corte di Giustizia dette una interpretazione ampia del concetto di formazione professionale, e così vincemmo quella causa importantissima.”

(frame video ©Unife)

Il programma ha avuto talmente successo che in occasione del trentennale  fu condotto un sondaggio presso 3-4.000 ex studenti Erasmus, e fra i risultati emerse che il 27% dei partecipanti aveva trovato il compagno o la compagna della propria vita.

“Quindi – chiosa Traversa – questo mi sembra un ulteriore motivo per passare sei mesi in un altro Stato membro: perché avete un quarto di probabilità di trovare moglie o marito durante il semestre Erasmus.”

Le crisi migratorie e la  nascita degli hotspot 

Traversa era in prima linea anche nella  crisi migratoria 2015-2016, come direttore dell’équipe giustizia affari interni, migrazione e libera circolazione delle persone del Servizio giuridico della Commissione. 

In quel contesto di emergenza, per via della guerra civile in Siria, un Paese di 22 milioni di abitanti, si determinò un esodo di 4-5 milioni di persone, In gran parte si riversarono in Turchia e Libano, ma  milioni di siriani arrivarono in Europa. 

Da quella crisi inizia il problema degli hotspot, i centri di prima identificazione e di primo accoglimento localizzati  in aree precise come  le isole greche  di Llesbo e Samos o Lampedusa in Italia.

Da da molti anni esisteva un’ autorità europea per l’asilo e immigrazione che ha sede a Malta. Dalla iniziale dotazione di  qualche decina di milioni di euro, nel 2015-16  fu portata a 2 miliardi. 

“Come commissione, come servizio giuridico- ricostruisce il giurista –, abbiamo ventilato l’idea di trasferire a questa Agenzia la competenza a gestire le domande d’asilo di tutti candidati rifugiati di tutta l’Unione europea, anche perché le frontiere esterne sono uniche nell’Unione e non ci sono frontiere interne. 

Ma questa proposta è stata dichiarata  irricevibile da tutti i ministri degli Interni degli Stati membri dell’Unione, perché ogni ministro degli Interni vuole tenere sotto controllo l’afflusso dei rifugiati.

Io ero presente a una drammatica seduta del Consiglio dei ministri degli Interni in cui una maggioranza di Stati membri approvò su proposta della commissione un piano di redistribuzione forzata dei rifugiati verso altri Stati membri, e utilizzammo per quello una disposizione l’articolo 78 paragrafo 3 del Trattato che prevede che in situazioni di emergenza l’Unione, il Consiglio dei ministri degli Interni può votare a maggioranza una decisione che faccia fronte a questa emergenza. Votarono contro in modo molto deciso l’Ungheria e la Polonia e mi pare anche un altro stato.

Dopodiché questi Stati semplicemente si rifiutarono di applicare questa decisione del Consiglio dei ministri degli Interni. E lì si vide il limite dell’Unione europea dal punto di vista dell’enforcement, della esecuzione forzata delle leggi europee. Del conferimento all’Agenzia Europea per asilo e immigrazione del del potere di gestire le domande di asilo non se ne parla più [anche nel futuro Patto per la migrazione e l’asilo si parla di solidarietà ma non di ricollocamento, ndr] .”

Un fallimento dalle conseguenze molto gravi perché da un alto mette in luce le debolezze strutturali dell’Unione (neanche le decisioni prese a maggioranza, invocate da tanti come soluzione alla paralisi delle decisioni vincolate all’’unanimità, potrebbe funzionare) e dall’altro lascia aperto un problema epocale.

Vi invito a meditare su due fenomeni – conclude Traversa -. Il  primo è il flusso migratorio dal Sud del Mondo che sta morendo di fame e di sete a causa del riscaldamento climatico. Il flusso migratorio di decine di milioni di disperati continuerà, continua e continuerà.

Il secondo è un paradosso: tutti gli Stati europei che hanno un basso tasso di natalità sono alla ricerca disperata di manodopera. Quindi qui c’è qualcosa che non funziona: tutti gli stati europei hanno bisogno di manodopera sia poco qualificata che molto qualificata, ma nessuno parla neanche a livello europeo di un piano europeo di formazione di questi rifugiati o candidati rifugiati.

Anche perché durante gli anni drammatici della crisi migratoria dalla Siria ci siamo resi conto che chi riusciva ad arrivare in Europa non erano i cittadini più derelitti, più disperati, erano di famiglie benestanti, gli unici che avevano le migliaia di dollari per pagare il trasporto dal Senegal, dalla Siria, dalla Nigeria fino alla Libia per poi tentare il passaggio fino a Lampedusa. Quindi molto spesso questi giovani uomini avevano già una un alto livello di istruzione.

Di questo dato di fatto le autorità europee, nazionali non hanno mai tenuto conto. Nessuno vuole dare risposta perché immagino questo significherebbe alimentare poi la propaganda dei partiti nazionalisti che rischiano di diventare in Austria, Germania, Italia, Francia, Belgio il primo partito del sistema politico di quel Paese.”

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