DOSSIER COP 30 Servono maggioranze geo politiche che portino alla riduzione delle emissioni. L’assenza USA, lo sforzo cooperativo del Brasile e il peso mondiale della Cina nell’analisi dell’economista Mazzanti di Unife Fondamentali le politiche di scambio delle emissioni

DOSSIER COP 30 Servono maggioranze geo politiche che portino alla riduzione delle emissioni. L’assenza USA, lo sforzo cooperativo del Brasile e il peso mondiale della Cina nell’analisi dell’economista Mazzanti di Unife

Fondamentali le politiche di scambio delle emissioni

Massimiliano Mazzanti, direttore del Dipartimento di economia e management dell’Università di Ferrara, ha partecipato l’anno scorso a Baku ai lavori di COP 29, di cui ha raccontato ad Agenda17 Plus i principali risultati economici e finanziari anche in prospettiva della COP 30 di Belém . Gli abbiamo chiesto di fare il punto su alcuni aspetti salienti della Conferenza che si è appena conclusa in Brasile.

Dal suo punto vista, quali sono i problemi che COP 30 avrebbe dovuto affrontare?

“ I problemi sono sempre legati alla difficoltà di affrontare in modo radicale le strategie di mitigazione e finanziare a complemento le strategie di adattamento, soprattutto nelle aree fragili, del nord e del sud del Globo. 

Ricordiamo che la sfida è forse la più complessa di sempre per la specie umana: si tratta di cooperare per produrre un bene pubblico globale, con forti elementi di costi e benefici intertemporali. Free riding e miopia sono i tratti da ridurre, tipici dell’azione collettiva, ricordando su queste tematiche, tra gli altri, i premi nobel John Nash ed Elinor Ostrom.

Le COP devono creare maggioranze geo politiche che portino alla riduzione sostanziale delle emissioni, partendo da tre fattori sia concettuali sia pragmatici: (i) i costi del cambiamento climatico sono più rilevanti nel sud del Mondo; questo sta generando, pur tra difficoltà, maggioranze tar Paesi poveri / emergenti (si veda la guida attuale del Brasile); 

(ii) i Paesi produttori di petrolio dovrebbero accelerare la transizione ecologica, consapevoli che risorse fossili sono finite. Devono accelerare il reinvestimento delle rendite petrolifere in asset di conoscenza /  tecnologia per garantirsi uno sviluppo economico e umano futuro. 

È sempre importante coinvolgere, e non isolare, i paesi emergenti possessori di petrolio per portarli su sentieri di sostenibilità; 

(iii) La comprensione che le politiche ambientali, se well designed, generano risultati win win ambientali ed economici, via innovazione. Studi recenti mostrano che quanto più elevati sono gli investimenti in conoscenza, tanto più forte è il possibile ruolo della politica nell’indurre nuove invenzioni. 

Quanto più elevata è la combinazione di qualsiasi fonte di R&S/capitale umano, compresi i relativi spillover (da qui la rilevanza di scambi internazionali, pur regolamentati nel caso di esternalità, si veda il meccanismo CBAM (Carbon Border Adjustment), tanto maggiore è la capacità del sistema socio-tecnico di assorbire l’effetto della politica, traducendolo in invenzioni. 

Tra le politiche a supporto di mitigazione e adattamento, è opportuno sostenere l’estensione  ed il collegamento tra i sistemi di emission trading. Piaccia o meno, si sono affermati a discapito delle carbon tax discusse negli anni 90, che sono comunque presenti in alcuni paesi (Svezia in primis) e possono essere introdotte in settori non coperti da ETS. 

L’Europa vede il mercato più ampio, con prezzi stabili a 80€ per tonnellata di CO2, in possibile crescita data la riduzione costante delle quote. Segnali di scarsità crescente che possono generare investimenti in rinnovabili ed efficienza energetica. 

La Cina ed altre aree stanno cercando ed espandendo nuovi mercati di emissioni. 

Le aste connesse possono poi generare risorse fiscali per investimenti ‘interni’ alla politica, in mitigazione ed adattamento. 

Attualmente, il ricavo delle aste in Italia è di 3 miliardi di €, in crescita, nei prossimi anni a livello europeo il ricavo sarà di svariate decine di miliardi, da reinvestire in innovazioni ambientali, R&D, conoscenza e formazione per una just transition.”

A questo proposito qual è il suo bilancio?

“Il Bilancio è sempre a luci e ombre, i saldi vanno esaminati decennio per decennio, date le ovvie difficoltà della cooperazione internazionale prima delineate e gli stop and go determinati anche da nuove maggioranze nelle democrazie più rilevanti per peso. 

La leadership brasiliana sta comunque tentando di rilanciare lo sforzo cooperativo, con una rete di Paesi emergenti, anche piccoli, molto colpiti dai costi del cambiamento climatico (400 miliardi di costi per i paesi in via di sviluppo), e paesi come Danimarca, Francia, Germania, Regno Unito, Kenya, Colombia tra gli altri. 

Nonostante le difficoltà, le emissioni globali vedono una crescita inferiore negli ultimi anni (dal 2% annuo del 2015 allo 0,3% attuale), un vero turning point di riduzione non si osserva ma qualche luce c’è. Le rinnovabili stanno crescendo a velocità maggiore di quanto previsto dall’agenzia internazionale dell’energia: il mondo ha installato 15 volte la capacità di solar energy rispetto alle previsioni nel 2024. Il settore oil 6 gas ha sottoperformato rispetto alle medie degli indici azionari negli ultimi 15 anni. 

Questi ed altri segnali indicano che la strada, con alti e bassi, è direzionata verso un nuovo assetto geopolitico ed energetico, che bisogna comprendere, come Paesi e imprese, per rimanere competitivi e sostenibili.”

Quali conseguenze potrebbe avere l’abbandono/negazionismo USA, il minor impegno dell’Unione europea e il grande impegno della Cina nella riduzione emissioni e produzione di rinnovabili?

“L’assenza di una strategia sulle politiche climatiche da parte degli USA non è una novità. Già gli USA non ratificarono Kyoto. È chiaro che il mancato sostegno americano rende più fragile la cooperazione internazionale. 

Tuttavia, rispetto al 2002-2003, oggi i Paesi emergenti svolgono un ruolo primario, per i costi che il cambiamento climatico provoca nel sud del Mondo e per le opportunità di sviluppo economico e tecnologico che possono attivarsi e intravedono (quelle che gli USA perdono rimanendo fuori dal perimetro di climate policy internazionale). 

La Cina in primis ha accelerato lo sviluppo tecnologico sulle rinnovabili, anche per affrontare tematiche di pollution, connesse alle emissioni di gas serra. Il sistema pianificato e capitalismo ibrido cinese consente invero accelerazioni degli investimenti green. 

La Cina può ora produrre un terawatt di energia rinnovabile in un anno, abbastanza da fornire energia pari a 300 centrali nucleari. Questo cambia l’economia e la geopolitica mondiale e non arriva come novità, nel/dal 2023 la Cina ha superato l’Europa in R&S su PIL.”

                                                                                                                                                                                                         m.f.

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