DOSSIER COP 30 Riconosciuti solo parzialmente il ruolo e i diritti dei popoli indigeni dell’Amazzonia nella protezione delle loro terre Tremila chilometri con la Yaku Mama Flotilla per giungere a Belém: “la risposta siamo noi”

DOSSIER COP 30 Riconosciuti solo parzialmente il ruolo e i diritti dei popoli indigeni dell’Amazzonia nella protezione delle loro terre

Tremila chilometri con la Yaku Mama Flotilla per giungere a Belém: “la risposta siamo noi”

“Un nuovo viaggio che onora la memoria della lotta e della resistenza dei popoli indigeni amazzonici”, così Leonardo Cerda, attivista della Comunità Kichwa di Serena in Ecuador  ha definito il viaggio che ha portato La Yaku Mama Flotilla nella città di Belém nello stato brasiliano del Pará in cui si è tenuta la COP 30, dopo aver cominciato il suo percorso nei territori andini dell’Ecuador lo scorso 10 ottobre. La Flotilla era composta dai membri di diverse comunità indigene latino americane, leader e attivisti di cui circa la metà ha meno di trentacinque anni. 

Uno dei principali obiettivi della Flotilla è stato sostenere l’inclusione dei leader indigeni nelle decisioni climatiche prese durante la COP 30 e in quelle future, al fine di ottenere una governance globale che favorisca l’intero Pianeta.

Le richieste indigene presentate alla COP 30 non sono di certo nuove: fermare gli effetti disastrosi dello sfruttamento degli idrocarburi, l’estrazione mineraria illegale e la deforestazione incontrollata nei territori amazzonici sono i principali, alla pari della riduzione nell’utilizzo dei combustibili fossili (petrolio, carbone e gas naturale), alla prevenzione di incendi, autonomia nella gestione delle risorse e sicurezza alimentare. Allo stesso modo, il diritto di protezione delle terre degli indigeni in isolamento volontario e il riconoscimento dei nativi come i protettori dei territori ancestrali menzionati, in quanto conoscitori diretti di tecniche e pratiche sostenibili. Ne consegue il diritto di disporre del denaro sufficiente per provvedere ad integrare le suddette pratiche qualora ci fosse la necessità.

I risultati raggiunti a Belém  non sono entusiasmanti soprattutto per quanto riguarda l’obiettivo più urgente e importante: la riduzione ed eliminazione dei combustibili fossili nonché le azioni da intraprendere per il mantenimento della temperatura al di sotto di 2℃. Infatti, la menzione al roadmap o phase-out come veniva chiamato alla COP 28 di  Dubai, è stata addirittura eliminata all’interno del documento finale della Conferenza, il Global Mutirão. 

Per quanto riguarda la deforestazione, gli incendi e le attività illecite è stato lanciato il fondo Tropical Forests Forever Facility (TFFF) dal governo brasiliano per i Paesi e le comunità indigene del valore totale di 125 miliardi di dollari, in collaborazione con COICA (Coordinadora de la Organizaciones Indígenas de la Cuenca Amazónica – Coordinatore delle organizzazioni Indigene del Bacino amazzonico) e la Banca interamericana di sviluppo (Inter-American Development Bank – BID). 

Immagine generata

Gli impegni presi a Belém coprono però solamente 6,7 miliardi, ovvero meno di un quarto dei 25 miliardi di dollari inizialmente necessari per far partire il progetto su larga scala, con il pericolo che un fondo così piccolo sia insufficiente per contrastare le cause della deforestazione nelle foreste tropicali, un fattore chiave per evitare il disastro climatico.

 Come riporta l’Italian Climate Network, non ci sono menzioni dichiarate sui diritti umani ma finalmente si riconosce la necessità di garantire alle comunità indigene una governance globale nonché un ruolo centrale nelle decisioni climatiche in quanto detentori di conoscenze efficienti e protettori della biodiversità. 

Si parla dunque di un parziale successo in seguito alle richieste indigene di riconoscimento per i ruoli sopra citati.

Il viaggio della Flotilla rappresenta le richieste delle popolazioni ma anche la loro storia e valori

Yaku Mama Flotilla significa “Madre Acqua” in lingua Kichwa rappresentato dall’anaconda che è spirito sacro delle acque. Il Paese di partenza è stato l’Ecuador, più precisamente Il ghiacciaio Cayambe ecuadoriano, vulcano attivo facente parte della Cordillera delle Ande nella provincia del Pichinche. Il ghiacciaio è stato scelto dagli attivisti indigeni come luogo simbolico di partenza per il lungo viaggio in quanto unisce le terre andine ai fiumi amazzonici. 

Insieme alle sessanta organizzazione indigene latino americane, la Flotilla composta anche da delegati provenienti dalla Repubblica del Congo, dall’Indonesia e dalla Scozia ha cominciato la sua navigazione a Puerto Francisco de Orellana, conosciuto come El Coca, Ecuador, proseguendo lungo uno degli affluenti di sinistra del Río delle Amazzoni, il Río Napo, verso il Parco nazionale Yasuní sfruttato da tempo per l’estrazione del petrolio e dei minerali. 

La scelta non è stata casuale in quanto proprio da qui cominciò la spedizione di Francisco de Orellana nel 1541 alla conquista dell’Amazzonia: “Siamo in Ecuador per un motivo ben preciso – ha affermato  Leonardo Cerda – . Secoli fa, le missioni partirono da Quito affermando di aver ‘scoperto’ il Grande Rio delle Amazzoni, portando con sé la conquista dei nostri territori. Anche noi siamo arrivati ​​a Quito, questo storico punto di partenza, per dare un nuovo significato al percorso.”

La Flotilla ha attraversato il Perù fino a giungere al punto di confine fra quest’ultimo, la Colombia e finalmente il Brasile. 

“Abbiamo iniziato il nostro Vertice dei Popoli navigando i fiumi dell’Amazzonia, che con le loro acque nutrono l’intero corpo. Come il sangue, sostengono la vita e alimentano un mare di incontri e speranze”, si legge nella dichiarazione Cúpula dos Povos. È dunque fondamentale ricordare che il viaggio ha un’alta valenza simbolica in termini di connessione spirituale con la natura circostante, come spiega anche Lucía Ixchiú, attivista guatemalteca presente sulla Flotilla, “Questo viaggio a Belém è stato molto più di un cammino: è stato apprendimento, un ricongiungimento con la foresta e con me stessa”. 

Il valore umano di questo viaggio è stato testimoniato anche dal confronto con le popolazioni che risiedono nei territori attraversati dalla Flotilla. Infatti, viene sottolineata l’importanza di dialogare con le comunità che non sono rappresentate ai tavoli di negoziazione della COP 30, in modo tale da condividere opinioni, conoscenze ancestrali e modalità di conservazione dell’ambiente: “La nostra visione del mondo è guidata dall’internazionalismo popolare, con scambi di conoscenze e saggezza che creano legami di solidarietà, lotta e cooperazione tra i nostri popoli. Le vere soluzioni sono rafforzate da questo scambio di esperienze, sviluppato nei nostri territori e da molte mani”, riporta la dichiarazione della Cúpula dos Povos.

Juliana Duarte: “In difesa della costituzione e della vita la risposta siamo noi” (La Cumbre de los Pueblos Rumbo a la COP30) ©Juliana Duarte

Il ruolo insostituibile delle popolazioni indigene

Il protagonismo delle comunità locali è fondamentale nell’utilizzo di mezzi sostenibili. L’organizzazione indigena COICA, attraverso le parole di Toya Manchineri coordinatore generale del COIAB (Coordenação das Organizações Indígenas da Amazônia Brasileira), ripropone quanto affermato dalle Nazioni unite: le decisioni politiche alle quali partecipano attivamente le popolazioni indigene si rivelano molto più efficaci. 
Durante la Marcia in occasione dell’evento annuale di mobilitazione dei popoli indigeni in Brasile, Acampamento Terra Livre (Accampamento Terra Libera), lo scorso 10 aprile, veniva scritto sui cartelli “la risposta siamo noi”. Infatti, sono i popoli indigeni ad avere il diritto di prendere decisioni sulla conservazione delle terre in quanto custodi di saperi millenari che favoriscono la prosperità della foresta e di una connessione quasi simbiotica con la natura che ha costruito nei secoli parte dell’identità umana. Nonostante gli accesi dibattiti in merito alle richieste presentate alla COP 30, i risultati concreti relativi alla crisi climatica sembrano ancora molto lontani dall’essere raggiunti. Allo stesso modo, lo spazio riservato alle “minoranze” nelle decisioni globali è ancora insufficiente in quanto le loro richieste risultano forse ancora molto scomode.

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