DOSSIER COP 30 La lunga marcia della Cina verso la diminuzione delle emissioni e la conquista della leadership mondiale Ma la “Ferrovia bioceânica” che attraverserà la Foresta amazzonica mostra il peso degli interessi economici

DOSSIER COP 30 La lunga marcia della Cina verso la diminuzione delle emissioni e la conquista della leadership mondiale

Ma la “Ferrovia bioceânica” che attraverserà la Foresta amazzonica mostra il peso degli interessi economici

Alla COP 30  di Belém, la Cina, secondo stato più popoloso del Mondo con oltre 1 miliardo e 400 milioni di abitanti, ha rappresentato una delle realtà più significative, anche se la sua rappresentanza istituzionale si è limitata a una delegazione ministeriale e diplomatica. L’importanza sta nella contraddittorietà della sua situazione e nel ruolo che sta assumendo. Da un lato il gigante demografico ed economico dell’Asia si conferma il primo emettitore globale di anidride carbonica, ma dall’altro detiene il primato per la produzione e l’adozione di energie rinnovabili.

In una situazione in cui gli USA, il secondo emettitore, arroccato su posizioni negazioniste non partecipa nemmeno ai lavori della COP e l’Unione europea si è presentata con una leadership indebolita anche in questo campo, saranno le scelte della Cina a rivelarsi fondamentali e determinati nel futuro del contrasto al cambiamento climatico.

Le premesse sono buone, ma c’è ancora molta strada da fare

Al Climate summit, che ha avuto luogo a New York presso la sede delle Nazioni Unite tra il 21 e il 28 settembre, il presidente Xi Jinping dichiarò l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra del 7-10% entro il 2035, rispetto ai livelli massimi registrati.

Si tratterebbe della prima volta in cui la Cina promette una riduzione effettiva, invece di un rallentamento della crescita delle emissioni.

Nonostante ciò, la cifra riguardante la riduzione delle emissioni di gas serra è giudicata insufficiente dagli esperti dell’Asia Society Policy Institute, secondo cui dovrebbe, invece, corrispondere al 30% per il raggiungimento della neutralità carbonica previsto per il 2060.

La lunga marcia verso le rinnovabili

Se da un lato la Cina da sola rappresenta il 51% della quota di carbone nel mix energetico mondiale ed è il principale emettitore di gas serra, molto superiore agli Stati Uniti e all’Europa, dall’altro domina il mercato delle tecnologie verdi, e ha realizzato una significativa inversione del mix energetico e delle emissioni.

Quota percentuale delle emissioni globali di CO2 (Elaborazione da Our World in Data)

Già all’inizio del 2025, la capacità di generazione di energia eolica e solare ha superato quella del carbone, il cui utilizzo nel settore energetico è diminuito del 3,4% rispetto all’anno precedente, contrassegnando un importante traguardo anche simbolico.

Nei primi mesi del 2025, la crescita dell’energia pulita ha fatto scendere le emissioni di anidride carbonica dell’1% su base annua, confermando la diminuzione iniziata l’anno precedente, e assicurando così che per la prima volta la Cina raggiungerà a fine anno un calo stabile delle emissioni, malgrado un’economia in continua espansione che richiede quantità crescenti di energia.

Rispetto ai diversi diversi settori economici, il rapido sviluppo delle energie pulite ha permesso di mantenere stabili le emissioni del settore energetico, ha prodotto una diminuzione nel settore dei trasporti, mentre per altri settori come  la produzione di plastica e prodotti chimici si nota, invece,un aumento.

Negli ultimi anni, la Cina ha attuato progetti significativi come raddoppiare la capacità di rinnovabili installata in 10 anni. Inoltre produce oltre il 70% dei veicoli elettrici a livello globale e circa l’80% di tutti i pannelli solari, le cui esportazioni sono triplicate in 5 anni con forniture destinate anche a paesi non OCSE.

Per i prossimi dieci anni, Il governo cinese mira a raddoppiare la capacità rinnovabile installata tanto è vero che solo nel 2024 gli investimenti in tecnologie rinnovabili hanno raggiunto 625 miliardi di dollari (circa il 30% del totale mondiale).

Inoltre, Pechino sta investendo in fabbriche di tecnologia pulita in 54 Paesi diversi, con investimenti pari ad almeno 227 miliardi di dollari dal 2022, conseguendo un sempre maggiore peso geopolitico e capacità di influenzare gli standard internazionali di questo settore. 

La muraglia cinese (© pixabay.com)

La contraddizione del progetto “Ferrovia bioceânica”

Se la Cina con la propria politica energetica sta guadagnando in termini di soft power mondiale, certamente non tralascia i propri interessi economici anche se questi possono avere un forte impatto ambientale.  

Una grande contraddizione in questo senso è rappresentata dall progetto Ferrovia  bioceânica. Proprio l’anno in cui si svolge la COP 30 in Brasile, che tra le proposte si pone l’obiettivo di salvaguardare la Foresta amazzonica, polmone del Mondo, è stato firmato un accordo di cooperazione per l’avvio di studi sulla costruzione di un corridoio ferroviario che metterà in collegamento la costa atlantica con quella pacifica, partendo dal porto di Ilhéus in Brasile, e arrivando al porto di Chancay in Perù.

Si tratterà di un percorso stimato tra i 3700 e i 4500 chilometri di lunghezza, che attraverserà l’Amazzonia, passando per Cusco, Pucallpa, Rondônia, Acre e Mato Grosso, per poi inserirsi nel sistema ferroviario e autostradale brasiliano.

Il progetto si  collega alla Belt and Road Initiative (Nuova via della seta) e ha l’obiettivo principale di ridurre di circa 10 giorni i tempi di trasporto tra Sud America e Asia, rispetto alle rotte tradizionali.

Inoltre, ciò garantirebbe l’accesso alle materie prime, riposizionerebbe il Brasile nel panorama globale e creerebbe un vantaggio competitivo, in particolar modo nelle esportazioni agricole e minerarie.

Amazzonia (© pixabay.com)

Tuttavia, non mancano le preoccupazioni da parte di ambientalisti, Organizzazioni non governative  e difensori dei diritti delle popolazioni indigene, vista l’area toccata dalla ferrovia conosciuta come Arc of Deforestation.

I sostenitori, invece, marcano la conseguente riduzione dei costi e delle emissioni pro capite rispetto al trasporto su gomma e il miglioramento dell’efficienza logistica.

I costi potrebbero superare gli 80 miliardi di dollari e l’inizio dei lavori è previsto per il 2028.

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