DOSSIER COP 30 Dopo Belém: senza roadmap per uscire dal fossile, qualche progresso sul finanziamento ai Paesi poveri e una nuova “mappa geopolitica ambientale” Ecco come siamo arrivati a questo punto e come sta cambiando il quadro

DOSSIER COP 30 Dopo Belém: senza roadmap per uscire dal fossile, qualche progresso sul finanziamento ai Paesi poveri e una nuova “mappa geopolitica ambientale”

Ecco come siamo arrivati a questo punto e come sta cambiando il quadro

La trentesima conferenza delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici (COP 30) è da poco giunta al termine. Si è svolta a Belém, nell’Amazzonia brasiliana. Un luogo che simboleggia e incarna le conseguenze delle attività antropiche, e che al tempo stesso rimanda alla possibilità (oltre che all’urgenza) di agire per proteggere quello che resta, dato che la foresta amazzonica è, almeno per il momento, uno dei più grandi polmoni verdi del Pianeta. 

Vediamo quali sono stati i punti maggiormente discussi nel corso della COP 30 e quanta strada è stata percorsa fino a oggi. E anche quali sono le novità politiche, a partire dall’assenza degli Stati Uniti al tavolo delle trattative. 

La discussione sull’ eliminazione progressiva dei combustibili fossi

Il rapporto sulle emissioni globali dell’UNEP (United Nations Environment Programme), diffuso pochi giorni prima della Conferenza di Belem,  mostra delle proiezioni preoccupanti: immaginando di proseguire con le politiche globali attuali ci si aspetta un aumento di 2,8°C entro la fine del secolo. 

Ipotizzando invece una piena attuazione delle cosiddette Nationally Determined Contributions (NDCs), ossia dei piani di riduzione delle emissioni di gas serra presentati da ciascun Paese, le proiezioni sarebbero comprese fra +2,3 e +2,5°C. Ancora troppo, comunque, rispetto all’obiettivo fissato con l’Accordo di Parigi nel 2015 di contenere l’aumento delle temperature entro i +1,5°C, o al massimo entro i +2°C, rispetto al periodo pre-industriale.

È in questo contesto che si è inserita la COP 30. Ma cosa è successo nelle “puntate precedenti”? Uno dei punti chiave delle COP 28 e COP 29, che hanno avuto luogo rispettivamente nel 2023 e nel 2024 a Dubai (Emirati Arabi Uniti) e Baku (Azerbaijan), riguarda i combustibili fossili e in particolare il dibattito sul loro progressivo abbandono. 

Una questione di cui si continua a discutere ancora oggi, visto il loro ruolo sostanziale quando si parla di emissioni di gas serra, e anche gli interessi in gioco da parte dei Paesi che li estraggono ed esportano.

L’impegno ad abbandonare l’utilizzo dei combustibili fossili era stato uno dei principali risultati della COP 28, sul quale però l’anno successivo non erano stati fatti progressi. Nel corso della COP 30 si è tornato a discuterne e oltre 80 Paesi si sono espressi a favore della stesura di una tabella di marcia precisa (roadmap) che punti in questa direzione. Tuttavia, le 194 delegazioni non sono riuscite a trovare un accordo comune al riguardo, e il documento finale che riassume i risultati raggiunti non menziona neanche la roadmap, ma cita soltanto il consenso raggiunto con la COP 28.

Come finanziare l’adattamento climatico

Un altro punto “caldo” riguarda il tema dei finanziamenti per permettere ai Paesi che stanno subendo maggiormente le conseguenze dei cambiamenti climatici di riadattarsi. 

Si stima che i Paesi poveri avranno bisogno, entro il 2035, di oltre 310 miliardi di dollari all’anno, ma secondo l’Adaptation Gap Report 2025 dell’UNEP, al momento hanno accesso solo a una piccola frazione di questa somma. 

Uno degli obiettivi fissati nel corso della COP 29 era stato infatti quello di riuscire a raggiungere, con l’impegno di tutti i Paesi e attraverso fondi sia pubblici che privati, un importo pari a 1,3 migliaia di miliardi di dollari all’anno entro il 2035. L’argomento è stato affrontato anche durante la COP 30, e molti dei rappresentanti delle nazioni maggiormente colpite dalla crisi climatica hanno definito la possibilità di avere accesso ad adeguate risorse economiche come “una questione di sopravvivenza”. 

Secondo Simon Stiell, segretario esecutivo della UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change, la Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici), il volume totale di investimenti messi in campo fino ad oggi continua ad essere insufficiente e non abbastanza prevedibile, oltre che non equamente suddiviso.

Su questo punto, però, i risultati della COP 30 sembrano più positivi rispetto a quelli raggiunti sul tema dei combustibili fossili. Nella risoluzione finale, infatti, i Paesi concordano sulla necessità di mobilizzare almeno 1,3 migliaia di miliardi di dollari all’anno entro il 2035, confermando di fatto gli obiettivi finanziari definiti durante le precedenti edizioni.

Immagine generata

Rimanendo sul tema dei finanziamenti, da tempo si discute di introdurre una “tassa sul carbonio” (carbon tax o carbon pricing), con l’obiettivo di raccogliere fondi da investire nella transizione energetica, ossia nello sviluppo e nell’implementazione di tecnologie green. L’idea alla base di questo tipo di sistema è “chi emette paga”.

Diversi Paesi hanno già introdotto strumenti come la carbon tax o i cosiddetti emission trading systems, meccanismi di mercato che consentono a enti sia pubblici che privati di scambiare denaro tra loro per acquistare o vendere (sotto forma di permessi o quote) le proprie emissioni. 

Stando ai dati diffusi dalla Commissione Europea, in vent’ anni l’introduzione di un emission trading system all’interno dell’Unione avrebbe ridotto del 50% le emissioni nei settori interessati. 

Nel corso della COP 30 l’Unione europea e il Brasile hanno lanciato un appello per creare una coalizione di Paesi interessati a collaborare per implementare questo tipo di strategie, che rimangono comunque oggetto di dibattito fra gli esperti.

Dai grandi assenti alla leadership della Cina

Una grande novità, non in senso positivo, della COP 30 è stata l’assenza di una delegazione statunitense ufficiale. Anche se un centinaio fra governatori, sindaci e alti funzionari statunitensi, a cui si sono sommati diversi rappresentati di organizzazioni ambientaliste con sede negli Stati Uniti, si è recato a Belém per partecipare alla conferenza, la scelta da parte dell’amministrazione Trump di non inviare una delegazione ufficiale sembra corrispondere a un messaggio molto chiaro e in linea con il negazionismo climatico che caratterizza l’attuale governo statunitense. 

Allargando lo sguardo anche ad altri Paesi, c’è chi sostiene che in Occidente si respiri in generale una certa “stanchezza” per quanto riguarda la discussione e l’attuazione di politiche climatiche sufficientemente ambiziose. 

Un segnale di questo tipo arriva certamente dall’Unione europea, che negli ultimi tempi ha fatto diversi passi indietro sul Green Deal, rivedendo o rinviando l’attuazione di alcuni obiettivi. 

Un discorso opposto vale invece per la Cina, che è diventata uno dei capofila a livello globale per quanto riguarda gli investimenti nella transizione ecologica, pur rimanendo uno dei principali emettitori di gas serra al Mondo.

Spazio ai popoli nativi

Infine, una questione di cui si è parlato molto, sia prima che dopo l’inizio della conferenza, è stato il luogo in cui si è deciso di ospitare la COP 30. 

C’è chi ha criticato la scelta di organizzare un evento di tale portata (soprattutto come numero di partecipanti) in una città come Belém, che non ha le strutture logistiche e di accoglienza adatte. 

D’altro canto, c’è anche chi ritiene che far arrivare le delegazioni fino in Amazzonia, un luogo simbolo delle conseguenze delle attività antropiche, sia servito per riportare un po’ di realtà al tavolo delle negoziazioni. 

Quel che è certo, è che la scelta sembra essere stata vincente per quanto riguarda la partecipazione dei popoli nativi, molto più nutrita rispetto alle precedenti edizioni. 

Le Nazioni unite parlano di oltre 900 partecipanti indigeni (rispetto ai 300 della COP 29), che sono arrivati a Belém con delle proposte ben precise.

Inoltre, circa novanta persone (stando ai numeri riportati dalle Nazioni unite) appartenenti al gruppo indigeno Munduruku hanno organizzato una protesta pacifica nella mattinata del 14 novembre, bloccando l’ingresso principale ai locali in cui si svolgeva la conferenza. 

Fra le richieste, quella di essere ascoltati maggiormente e anche di porre fine ai progetti di estrazione che mettono a rischio le aree in cui vivono, in particolare i bacini dei fiumi Tapajós e Xingu. Secondo quanto riportato dal Guardian, i manifestanti avevano chiesto di parlare direttamente con Luiz Inácio Lula da Silva, il presidente del Brasile, ma alla fine hanno dovuto accettare di confrontarsi con André Corrêa do Lago, il presidente della Cop. Le proteste sono terminate dopo circa un’ora di colloqui con Corrêa do Lago.

Ancora prima dell’inizio della COP 30, António Guterres, segretario generale delle Nazioni unite, aveva riferito al Guardian che la presenza alle COP di gruppi della società civile, e in particolare di nativi, è fondamentale per bilanciare il potere dei lobbisti delle grandi aziende, incluse quelle che si occupano di estrarre e commercializzare petrolio e altri combustibili fossili. 

Secondo quanto riporta la coalizione Kick Big Polluters Out, comunque, i lobbisti dei combustibili fossili continuano a costituire una larga fetta dei partecipanti delle COP: alla COP 30 sarebbero stati più di 1600, circa uno ogni 25 partecipanti.

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