Gli anni dell’ottimismo
Era il 2015, solo dieci anni fa, e a Parigi si celebrava la COP 21 a seguito della ratifica da parte delle Nazioni Unite dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile. Pareva un trionfo, con tutte la nazioni rappresentate all’ONU – comprese le grandi e storiche riluttanti, Stati Uniti d’America, Russia e Cina – che sottoscrivevano l’impegno per una transizione verso un mondo migliore, tanto ambientalmente quanto socialmente ed economicamente.
Vennero subito dopo la dirompente elezione di Jaime Bolsonaro in Brasile e quella di Donald Trump negli Stati Uniti, con la fuoriuscita dei due paesi dagli accordi di Parigi a cui seguirono le defezioni di altre nazioni e un impegno sulla giustizia climatica sempre più rarefatto da parte di molte altre.
Nel 2018 ci fu – per coloro che si preoccupano per l’ambiente – un altro momento di ottimismo e di speranza: il neo eletto presidente USA Joe Biden lanciava il Green New Deal per orientare verso la transizione energetica l’economia statunistense, richiamandosi al New Deal promosso dal lontano predecessore, Franklin Delano Roosvelt, nel 1935, per rilanciare l’economia a stelle e strisce dopo la Grande depressione del 1929, uno sforzo importante in termini di politiche pubbliche per la crescita ma che non fu in grado di recuperare la ricchezza perduta con l’incendio finanziario di qualche anno prima, una crescita che tornò a manifestarsi soltanto con la grande spinta industriale della Seconda guerra mondiale.
A seguire l’azione di Biden, il Parlamento Europeo e la neo eletta presidente della Commissione Europea Ursula von Der Leyen lanciavano il Green Deal europeo.
Il blocco europeo e gli Stati Uniti, con grande fragore dei media mainstream sembravano prendere la guida di un nuovo rapporto con l’ambiente al fine di ridurre gli impatti dell’economia globale sull’atmosfera e sulla biodiversità degli ecosistemi del pianeta, mentre la Cina, in silenzio, investiva risorse illimitate nello sviluppo di tecnologie verdi con l’obiettivo di invertire la rotta sin lì seguita di uno sviluppo drammaticamente accelerato e insostenibile.
Fu un biennio di rinnovate e robuste speranze, con politiche e progetti sostenuti da finanziamenti per miliardi di Dollari e Euro orientati alla transizione energetica, fra cui la tanto discussa elettrificazione dell’auto europea che, oggi, sta mostrando tutti i suoi limiti ideologici, industriali e sociali.
Tempo di pandemia
Nel 2020 arrivò, preannunciata da molte cassandre inascoltate, la pandemia del Covid-19 e, ancora una volta, a scala globale, si ribadì la necessità di imboccare una sempre più decisa transizione verde, anche grazie all’azione pressante di Papa Francesco. Anche in quest’occasione, con il fine di sostenere la sempre più traballante globalizzazione economica, furono avviate politiche miliardarie per ridurre gli impatti ambientali sugli ecosistemi e l’Unione Europea lanciò il cosiddetto Next Generation EU, conosciuto in Italia come il Piano Nazionale di Ricostruzione e di Resilienza (PNRR).
Nel frattempo, si tenevano alcune COP sorprendenti: nel 2024 la COP 29 di Baku, in Azerbaigian; nel 2023 la COP 28 di Dubai; nel 2022 la COP27 di Sharm el-Sheik. I più ingenui o i più ottimisti poterono pensare che, per la prima volta, anche i ‘grandi nemici’ dell’ambiente, riuniti nel club dei produttori di idro-carburi, si fossero convinti a imprimere una svolta epocale a settant’anni di accelerazione della crescita e dei consumi basate sui combustibili fossili. Non era così e molto banalmente molti compresero, anche grazie alla partecipazione ai lavori di multi-miliardari del jet-set globale, giunti a Sharm o a Dubai a bordo dei loro aerei privati, che le lobby petrolifere e quelle finanziarie si erano saldate per distorcere il significato delle COP e, quindi, i loro obiettivi.
Tempo di guerra
Nel 2022, dopo lo stress della clausura di massa imposta in un numero impressionante di paesi (ma non in tutti) per arginare la pandemia, in aggiunta alle decine di conflitti in corso nel mondo, definiti da Papa Francesco come la Terza guerra mondiale a pezzi, deflagrava, dopo essere stata a lungo preparata, la guerra fra Russia e Ucraina, seguita dall’eccidio di civili perpetrato dal partito armato di Hamas nel Sud d’Isreale, il 7 ottobre 2023 e il conseguente massacro genocidario compiuto dallo Stato ebraico, apparentemente sospeso fra la fine di ottobre e l’inizio di novembre 2025.
Nel corso di questi due devastanti conflitti abbiamo visto bombardamenti sulle città ucraine, sulla Siria, sul Libano, scambi di missili balistici fra Israele, Stati Uniti e Italia e lo Yemen del Nord controllato dalle milizie sciite degli Houti, dodici giorni di pioggia di missili e droni fra Israele e l’Iran, la recrudescenza della guerra religiosa nel Sud Sudan, mentre assistiamo a pericolose escalation fra la Nato e la Russia sui cieli del Mar Baltico che fanno temere la possibilità di una guerra nucleare, mai così pericolosamente vicina dai tempi della ‘crisi dei missili’, interpretata da Cuba, Unione Sovietica e Stati Uniti nel 1962.
In un men che non si dica il mondo è tornato ostaggio della guerra, così evocata da talmente tanti – e, purtroppo, da talmente tante donne in diversa misura potenti – da apparire sempre più un’opzione possibile e probabile. In molti paesi del mondo, a partire da Russia e Cina, ma con una sorprendente adesione da parte di molti paesi europei, le cui economie sono in crisi profonda, si stanno dirottando sempre più risorse finanziarie e sistemi industriali verso la produzione di armi, sia tradizionali (carri armati, cannoni, aerei), sia ‘innovative’ (droni, satelliti, missili ipersonici, cyber guerra, ecc.).
E la guerra è l’esatto contrario della transizione ecologica ed energetica, producendo impennate di CO2, bruciando risorse naturali, vite umane, città, manufatti e montagne di denaro e distraendo attenzione e capitali dalla transizione ecologica ed energetica.
La COP30 del 2025
In questo quadro la COP30 di Belém, seppure chi scrive ne riconosca le evidenti, generose e molteplici valenze culturali ed etiche, rischia di apparire non più come la foglia di fico cui è stata ridotta quest’importante iniziativa nelle sue ultime edizioni, quanto come uno evento culturale, minoritario ed elitario, reso quest’anno ancora più pittoresco dalla presenza – peraltro importantissima – dei 6.000 rappresentanti di popoli amazzonici.
Lo stesso presidente brasiliano Ignazio Lula da Silva, al suo terzo mandato (non consecutivo), appare incerto fra la difesa integrale dell’Amazzonia e dei suoi popoli e il sostegno alla crescita brasiliana perseguita anche attraverso l’azione di un’importante industria petrolifera nazionale, l’ostacolamento, più verbale che reale alla deforestazione, da parte dell’industria agro-alimentare e della carne o, durante i suoi primi due mandati, attraverso la costruzione di un’enorme diga con annessa centrale idroelettrica nel bacino del Rio delle Amazzoni, distruggendo e sommergendo una porzione gigantesca di foresta.
Corro il rischio di apparire eccessivamente pessimista e brutale ma ho come l’impressione che le COP siano ormai svuotate di significato e di capacità di incidere essendo state ridotte, nell’inconsapevolezza dei promotori autenticamente impegnati per la difesa dell’ambiente, la transizione energetica o la conversione ecologica, a uno show sostanzialmente mediatico, destino condiviso peraltro anche dai Pride per i diritti di genere e sulle scelte sessuali.
Purtroppo, e lo sostengo a malincuore, è mia convinzione che il ritorno della cosiddetta ‘società civile’ fra i protagonisti delle COP e la partecipazione delle minoranze native superstiti, con le loro sacrosante rivendicazioni, non riusciranno né a invertire l’acclarato senso di inutilità di tali summit mondiali, né a sensibilizzare le maggioranze dei diversi popoli del mondo sull’ineluttabile necessità di porre un freno alla sempre più grave crisi climatica attualmente in corso.
