DOSSIER ONU: GUERRA Il circolo vizioso tra guerra e fame: da Gaza ai conflitti dimenticati in Asia e Africa

DOSSIER ONU: GUERRA Il circolo vizioso tra guerra e fame: da Gaza ai conflitti dimenticati in Asia e Africa

Lo stretto legame tra guerra e fame è uno dei più tragici nodi delle crisi umanitarie contemporanee. Ogni situazione di guerra innesca un circolo vizioso di fame, malnutrizione e nuove violenze, rendendo impossibile ogni progresso verso la risoluzione dei conflitti e il diritto all’alimentazione. Nell’era delle crisi globali, rompere il legame tra guerra e fame è una sfida cruciale ed etica di portata mondiale.

Il report di Food and Agriculture Organization of the United Nations – World Food Programme (Fao-Wfp) identifica Gaza come uno degli hotspot di massima preoccupazione per la carestia e la crisi alimentare nel periodo tra giugno e ottobre. Ma sono in una situazione terribile anche Haiti, Mali, Burkina Faso, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Chad, Sudan, Siria, Yemen, Somalia, Sud Sudan e Myanmar.

Gaza sotto i riflettori dei media

La situazione di Gaza è stata raccontata moltissimo negli ultimi mesi nei servizi ai telegiornali, negli spot delle Organizzazioni non governative e sui social. Il conflitto nella Striscia di Gaza vede storicamente radicata la lotta tra Israele e le organizzazioni palestinesi che è arrivata a un punto di rottura senza precedenti il 7 ottobre 2023, quando Hamas ha lanciato un attacco massiccio sul territorio israeliano causando oltre mille vittime e il rapimento di circa 250 ostaggi. 

Immagine generata con AI (©Freepik)

Quella data ha segnato l’inizio dell’ultima guerra. La popolazione di Gaza sopravvive oggi tra bombe, fame e continui spostamenti forzati. Oggi si trova già in una fase di crisi acuta, IPC/CH Phase 3 secondo l’Integrated food security phase classification (Ipc) e Cadre harmonisé (Ch), con circa 2,1 milioni di persone proiettate verso livelli sempre più critici, e l’allarme era stato già annunciato mesi fa. Il rischio, che potrebbe arrivare a un IPC/CH Phase 5, la fase più grave di classificazione, sta crescendo sempre più a causa delle protratte operazioni militari su larga scala e delle concomitanti forti restrizioni alle agenzie umanitarie che non riescono a provvedere a un’assistenza adeguata. 

Dal marzo scorso, infatti, Israele ha sigillato tutti gli accessi, imponendo blocchi navali e terrestri che impediscono l’arrivo di qualsiasi fonte alimentare o aiuto medico: entra solo circa il 20% del fabbisogno necessario a sostentare l’intera popolazione di Gaza. 

I prezzi dei beni alimentari sono di conseguenza aumentati, farina, pasta e zucchero raggiungono valori dieci volte superiori al prezzo normale, mentre le condizioni economiche delle famiglie collassano, costringendole a strategie di sopravvivenza estreme, come la raccolta e la vendita di rifiuti per procurarsi il cibo. 

Inoltre, la distruzione estesa delle infrastrutture agricole e di pesca, circa l’80% delle terre coltivabili e l’83% dei pozzi agricoli, provoca non solo effetti diretti sulla carenza di cibo ma contribuisce a peggiorare la salute pubblica, ambientale e la diffusione di malattie. 

Guerre e fame dimenticate

Ma molti altri Paesi, come documentato nel report, vivono da tempo situazioni ugualmente drammatiche se non anche peggiori, e spesso dimenticate.  

Nell’istogramma è rappresentato il numero in milioni e la percentuale di popolazione che è classificata come moderatamente insicure dal punto di vista alimentare acuto e gravemente insicure dal punto di vista alimentare acuto, quindi dal rischio IPC/CH3 in su.

Nonostante un terzo della popolazione stia affrontando insicurezza alimentare acuta, la crisi umanitaria e alimentare in Myanmar ha ricevuto meno attenzione mediatica rispetto ad altre emergenze globali simili. 

Anche lo stesso World Food Programme lo scorso gennaio ha sottolineato come l’escalation delle esigenze in Myanmar sia spesso messa in secondo piano dai media

Nelle aree di conflitto attivo in Myanmar, negli stati Chin, Kachin e Rakhine, così come nella regione di Sagaing, quasi 20 milioni di persone avranno bisogno di assistenza umanitaria nel 2025. 

Anche qui si registrano restrizioni all’accesso a beni di prima necessità e prezzi in aumento di più del 30% rispetto allo scorso anno, inaffrontabili da parte della popolazione che muore di fame. 

Anche in Sudan, seppur siano più di 32 milioni le persone che affrontano condizioni di fame acuta, le organizzazioni umanitarie lamentano che la situazione appare raramente sulle prime pagine.

Sempre in questo anno il rapporto Sudan crisis and migration emergency response (Scramer) dipinge un quadro allarmante, soprattutto per i bambini. Oltre alla guerra, alla crescente inflazione, alla diffusione di malattie, questo Paese cerca di sopravvivere anche a shock climatici, ripetuti periodi di siccità e alluvioni che hanno ulteriormente ridotto le produzioni agricole. 

Allo stesso modo la Siria affronta una delle peggiori siccità dell’ultimo decennio: si prosciugano fiumi e laghi, seccano i raccolti, la popolazione rimane senza acqua corrente per giorni. 

Prima dell’inizio della guerra, nel 2011, gli agricoltori siriani erano in grado di produrre fino a 4,5 milioni di tonnellate di grano all’anno, sufficienti a sfamare l’intero Paese. Oggi questo numero è destinato a scendere a 1 milione, costringendo il governo a importare la restante parte dall’estero a caro prezzo. 

Ma il Paese si trova in condizioni economiche molto critiche: sta uscendo da quattordici anni di guerra civile, la pandemia da COVID-19, un’epidemia di colera e il terremoto del febbraio 2023 che ha gravato fortemente sulla popolazione, già impoverita ed esausta e che vive uno stato di disorientamento. Milioni gli sfollati, costretti a lasciare le proprie case e impossibilitati a lavorare o produrre cibo.

I dati confermano come queste crisi siano sempre il risultato di un mix degli stessi fattori, a partire dai conflitti armati, poi l’instabilità economica, gli spostamenti di massa della popolazione e gli aumenti vertiginosi dei prezzi alimentari. 

Uno dei Paesi sfortunatamente in vetta alla classifica del report è la Repubblica democratica del Congo, con circa 28 milioni di cittadini in insicurezza alimentare acuta. 

La guerra lì è una quotidianità da più di trent’ anni. Le province più colpite sono quelle orientali: Nord Kivu, Sud Kivu, Ituri e Tanganica, dove i conflitti hanno costretto migliaia di famiglie ad abbandonare terre, bestiame e mezzi di sussistenza. 

Quando in un Paese più della metà della popolazione non sa quando sarà il prossimo pasto, non si tratta più di una crisi ma di un collasso. In Paesi come questo la fame è solo uno degli ingredienti di un collasso che diventa umanitario, si registrano infatti aumenti di violenze e violazioni di diritti di ogni genere, gravi privazioni della libertà, omicidi, stupri e deportazioni. 

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