Patto Ue Migrazione e asilo: la salute dei migranti potrebbe diventare peggiore di quella delle persone in carcere La denuncia di AIE e SIMM, che rilanciano l’approccio centrato sulla persona

Patto Ue Migrazione e asilo: la salute dei migranti potrebbe diventare peggiore di quella delle persone in carcere

La denuncia di AIE e SIMM, che rilanciano l’approccio centrato sulla persona

Mentre la Grecia sospende per almeno tre mesi la valutazione delle richieste di asilo per le persone provenienti dal Nord Africa a causa di un sovraccarico nelle isole di Creta e Gavdos, l’Unione europea (Ue) si prepara all’entrata in vigore per la prossima estate del nuovo Patto europeo su Migrazione e asilo, approvato l’anno scorso. 
Un Patto che però, secondo il position paper dell’Associazione Italiana di Epidemiologia (AIE) e della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), rafforza l’approccio securitario e peggiora la salute dei migranti, rendendola potenzialmente più grave di quella delle persone incarcerate.

Controllare, respingere, confinare: le nuove procedure di frontiera

Il Patto Migrazione e asilo prevede innanzitutto una procedura di screening obbligatoria della durata massima di sette giorni per chiunque arrivi via terra, aria o mare alle frontiere esterne dell’Ue. Questo screening comprende un esame medico per determinare se c’è bisogno di cure urgenti o specifiche, la verifica dell’identità, un controllo incrociato con le banche dati dell’Ue, comprese quelle giudiziarie, e la raccolta dei dati biometrici obbligatoria da sei anni in su.

I dati biometrici saranno raccolti nel database europeo delle migrazioni, Eurodac, e conservati per cinque anni per chi è arrivato irregolarmente e per dieci anni per i richiedenti asilo. Le persone non potranno rifiutare di fornire i loro dati per non rischiare di vedere respinta la loro richiesta di asilo. Eurodac sarà accessibile alle autorità nazionali e giudiziarie e alle forze di polizia di tutta l’Ue.

Successivamente alla procedura di screening, chi non sarà subito destinato all’espulsione potrà fare domanda di asilo. La procedura di asilo si svolgerà alla frontiera e sarà accelerata – massimo dodici settimane – per le persone considerate un rischio per la sicurezza, che hanno fornito informazioni false o incomplete alle autorità o che sono cittadine di un Paese con un tasso di riconoscimento dell’asilo minore del 20%.

In caso di “crisi”, ovvero un arrivo massiccio di persone, la procedura accelerata di frontiera sarà estesa a chi proviene da Paesi con tasso di riconoscimento dell’asilo minore del 50%, mentre potrebbe essere applicata a tutti gli arrivi (eccetto minori di dodici anni, le loro famiglie e persone con esigenze particolari) in caso di “strumentalizzazione”, ovvero quando un Paese terzo o un attore non governativo ostile incoraggia intenzionalmente il movimento di migranti verso l’Ue.

Immagine generata (© Agenda17 Plus)

Sia durante il processo di screening che in quello accelerato di asilo, le persone migranti non saranno considerate come entrate legalmente in Ue e saranno di fatto detenute alla frontiera, senza avere garanzia di una vera e propria tutela legale (ma solo di una consulenza legale gratuita). Se la loro richiesta di asilo verrà rifiutata, continueranno a essere detenute in vista dell’espulsione e anche chi riuscisse a fare ricorso rischierebbe comunque di essere rimpatriato prima di una decisione, senza essere mai entrato ufficialmente in Ue. 

Solidarietà (fittizia) e Paesi (poco) sicuri

Il Patto prevede anche un meccanismo di solidarietà tra Stati membri dell’Ue che però non modifica il sistema di Dublino: il Paese responsabile della domanda di asilo rimarrà quello di primo ingresso, eccettuati i casi di ricongiungimento familiare (che non include però fratelli e sorelle). Gli altri Stati dell’Ue dovranno scegliere tra ospitare i richiedenti asilo arrivati nei Paesi di primo ingresso oppure erogare a tali Paesi o a Stati terzi a cui l’Ue ha esternalizzato il controllo delle migrazioni un contributo finanziario pari a 20mila euro per ogni richiedente asilo non accolto.

Infine, a maggio di quest’anno la Commissione europea ha proposto di rivedere il concetto di “Paese terzo sicuro”: non sarà più necessaria la presenza di un legame (come una precedente residenza o familiari) tra un migrante e il Paese extra-Ue in cui verrà deportato, ma solo la garanzia di una “protezione effettiva” dei propri diritti, un livello di protezione inferiore a quello definito dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati. L’Ue a oggi considera “Paesi terzi sicuri” Kosovo, Bangladesh, India, Colombia, Egitto, Marocco e Tunisia.

Numero di persone rimpatriate da ogni Paese Ue-Schengen nel primo trimestre 2025 (Eurostat 2025)

Secondo i dati di Eurostat, nel primo trimestre del 2025, 28.475 persone sono state rimpatriate dai Paesi Ue in Paesi terzi, su un totale di 33.515 attraversamenti irregolari dei confini esterni registrati da Frontex nello stesso periodo. Le principali nazionalità dei migranti rimpatriati sono state Georgia, Siria, Albania, Turchia e Marocco. I Paesi Ue che hanno operato più rimpatri sono stati Francia, Germania e Cipro; l’Italia è in ottava posizione.

Criminalizzazione e detenzione peggiorano la salute dei migranti

Come denunciano AIE e SIMM, il Patto europeo su Migrazione e asilo punta a rafforzare l’attuale approccio securitario, producendo meccanismi “geo-sociali” di discriminazione: esternalizzazione delle frontiere, ovvero accordi con Paesi extra-Ue per il contenimento dei migranti; internalizzazione delle frontiere, cioè detenzione all’interno degli Stati Ue; e interiorizzazione delle frontiere, ovvero la normalizzazione del razzismo strutturale.

L’interoperabilità tra governi, agenzie di controllo delle migrazioni, forze di polizia e autorità giudiziarie renderà Eurodac una fonte di violazione dei diritti delle persone razzializzate, stabilendo un legame ingiustificato tra migranti irregolari e criminali, tra controllo dell’immigrazione e controllo della criminalità (“crimmigration”), e contribuendo così al razzismo sistemico.

Le procedure accelerate di frontiera difficilmente riconosceranno vulnerabilità inapparenti, come persone affette da patologie croniche o mentali, donne sopravvissute a violenza di genere o alla tratta e minori di dubbia età, casi che necessiterebbero di essere presi in carico da servizi specifici. Inoltre, l’invariata pressione sui Paesi di primo ingresso porterà a un deterioramento delle condizioni di detenzione, come già accade nei Centri di permanenza per il rimpatrio in Italia

La stessa Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha già denunciato gli effetti negativi della detenzione su tutte le aree della salute, dalle malattie trasmissibili a quelle croniche alla salute mentale, a causa di spazi sovraffollati e poco igienici, un’alimentazione povera, scarso accesso all’aria aperta, mancanza di supporto psicologico, personale non formato, l’essere considerati criminali, il senso di isolamento e di incertezza per il futuro. La detenzione espone anche a violenza ed eventi traumatici le cui conseguenze durano a lungo anche dopo il rilascio.

“La mia visione del ‘non lasciare nessuno indietro’ si applica a tutti, comprese le persone rifugiate e migranti, perché il diritto alla salute deve essere tutelato per tutti, a prescindere dallo status – ha affermato Hans Henri P. Kluge, direttore regionale dell’Oms per l’Europa – Per proteggere la salute di rifugiati e migranti, le alternative alla detenzione dovrebbero avere sempre la priorità rispetto alle misure detentive, che possono risultare simili al carcere. Le evidenze suggeriscono che i migranti detenuti hanno una salute mentale uguale o peggiore delle persone che vivono in carcere.”

Sono necessari un approccio centrato sulla persona e un cambiamento culturale

L’alternativa al modello detentivo e securitario auspicata da AIE e SIMM è un approccio centrato sulla persona che consideri i suoi bisogni unici individuali e sappia mobilitare le sue risorse per una migliore inclusione nella comunità. Questo approccio si avvale di mediatori linguistici e culturali e di personale sanitario adeguatamente formato e non-giudicante, consapevole che le credenze di una persona influenzano il suo modo di descrivere la sua sofferenza. È un approccio che richiede tempo perché punta a costruire una relazione di fiducia tra la persona migrante e gli operatori. 

Ma l’approccio centrato sulla persona non è l’unica via per superare la detenzione. È necessario estendere il sistema dei permessi di soggiorno per altri motivi oltre alla protezione internazionale, creare corridoi umanitari, aprire spazi dedicati all’inclusione e alla partecipazione sociale, eliminare la lista dei “Paesi sicuri”. Serve insomma un cambiamento culturale che modifichi alla radice le politiche per la migrazione in un’ottica più sistemica e meno emergenziale e securitaria.

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