Samantha Cristoforetti torna nello Spazio. Numerosi esperimenti sulla salute (2) La strada per la medicina basata su evidenze di sesso e genere è ancora lunga

Samantha Cristoforetti torna nello Spazio. Numerosi esperimenti sulla salute (2)

La strada per la medicina basata su evidenze di sesso e genere è ancora lunga

La medicina di genere – più precisamente, “l’approccio basato sulle evidenze di sesso e genere” – è una branca relativamente recente che promuove linee guida, raccomandazioni e pratiche, sia dal punto di vista clinico che per quanto riguarda l’aggiornamento professionale e formativo, per garantire l’uguaglianza sostanziale tra uomo e donna (e altre identità sessuali e di genere).

L’equipaggio Crew-4 che partirà a bordo della capsula SpaceX Crew Dragon: Jessica Watkins, Bob Hines e Kjell Lindgren della NASA e Samantha Cristoforetti dell’ESA (©SpaceX)

“Per centinaia di anni la medicina ha perseguito il caparbio convincimento che una donna potesse essere assimilata a un piccolo uomo (come unica differenza gli apparati sessuali e riproduttivi) – commenta ad Agenda17 Fulvia Signani, psicologa, docente di Sociologia di genere, fondatrice e membro del Centro universitario di studi sulla medicina di genere (Gmc) dell’Università di Ferrara –quando un episodio scientifico, una ricerca curata dalla prima donna direttrice dei National Institutes of Health americani, Bernardine Healy, rivelò, a occhi che volevano vedere, una sistematica trascuratezza nei confronti delle donne in campo cardiologico – dal fraintendimento dei sintomi pre-infartuali al non uso di trattamenti salvavita fino alla prescrizione di un numero inferiore di giorni di ricovero a pari diagnosi e molto ancora – riscontro che, nel 1991, suonò come una vera denuncia.”

Oltre un milione e mezzo di ricerche accreditate e centinaia di volumi sono stati pubblicati da allora sull’argomento. “La presa d’atto delle innumerevoli evidenze scientifiche – prosegue Signani – dimostra quanto incidono le differenze sessuali e di genere, ma anche quanto siano state disattese finora, e consente di valutare i danni di quella che si potrebbe definire una grande dimenticanza, un pregiudizio motivato da sessismo, frutto di quello che in inglese viene brevemente definito gender bias.”

Fulvia Signani, docente Unife e membro dell’Osservatorio nazionale sulla Medicina di Genere (©Unife)

Non solo nello Spazio, dunque, ma anche – e soprattutto – sulla Terra, l’approccio attento alle evidenze di sesso e genere, pur essendo innovativo e garante di un accesso equo alla salute per l’intera popolazione, non ha ancora ricevuto la diffusione e accettazione clinica che meriterebbe. 

“Nel 2016, quindi venticinque anni dopo la denuncia di Healy – sottolinea Signani –, l’Associazione americana di cardiologia, con un corposo statement sulle patologie cardiologiche della donna, ha denunciato il permanere delle diseguaglianze di trattamento a svantaggio delle donne. La strada per raggiungere l’effettiva uguaglianza di trattamento è ancora lunga.”

Segnali positivi, ma la strada è ancora in salita

L’Italia è l’unico Paese ad avere una norma nazionale sulla medicina di genere – la legge n.3 del 2018 – che prevede la predisposizione di un Piano per l’applicazione e la diffusione della medicina di genere “mediante divulgazione, formazione e indicazione di pratiche sanitarie che nella ricerca, nella prevenzione, nella diagnosi e nella cura tengano conto delle differenze derivanti dal genere, al fine di garantire la qualità e l’appropriatezza delle prestazioni erogate dal Servizio sanitario nazionale in modo omogeneo sul territorio nazionale”. 

A seguito di questa legge, è stato istituito l’Osservatorio nazionale dedicato alla medicina di genere presso l’Istituto superiore di sanità per assicurare l’avvio, il mantenimento nel tempo e il monitoraggio delle azioni previste dal Piano – applicazioni che in Italia sono a carico di Regioni e società scientifiche.

“C’è ancora molto da fare, anche se con la legge 3/2018 una notevole spinta verso l’uguaglianza di rappresentazione tra i sessi e i generi sta migliorando – aggiunge Tiziana Bellini, docente di biochimica all’Università di Ferrara, presidente del corso di laurea in medicina e chirurgia e direttrice Gmc –. Credo che alla base di tutto sia comunque sempre un problema di corretta formazione e un problema economico.” 

Nel 2016, Bellini ha ideato un progetto pilota all’Università di Ferrara per ampliare la consapevolezza verso l’approccio alla medicina basato sulle evidenze di sesso e genere, promuovendone la trasversalità e la diffusione anche nel corpo docente. Il Centro universitario di studi sulla medicina di genere, fondato presso l’ateneo ferrarese nel 2018, è il primo, e ad oggi unico, in Italia. 

“Le recentissime acquisizioni della medicina personalizzata hanno contribuito a mettere in evidenza la necessità di un cambiamento di metodo – continua Bellini – però una corretta considerazione delle differenze di genere ha ancora notevoli difficoltà a partire anche dalla ricerca pre-clinica dove l’utilizzo di animali maschi è nettamente prevalente. Gli stereotipi iniziano purtroppo dal laboratorio e, come qualche tempo fa ha scritto su Science Rebecca Shansky, portano ad escludere i topi femmina in quanto si teme che le differenze ormonali portino a una variabilità che inficia sui risultati.”

Tiziana Bellini, docente Unife di chimica medica e biochimica (©Unife)

Secondo la Commissione per l’etica della ricerca e la bioetica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), “solo in anni recentissimi vi è stato un progressivo, reale riconoscimento delle differenze di genere in medicina, come testimoniato, ad esempio, dall’istituzione presso l’Organizzazione mondiale della sanità del Dipartimento Gender, Women and Health” – si legge nella dichiarazione sulle differenze di genere nella ricerca farmacologica, pubblicata dalla Commissione nel 2018.

Per quanto riguarda le sperimentazioni cliniche, gli esperti del Cnr sottolineano che “la non adeguata considerazione dell’importanza della presenza di femmine è comune, soprattutto negli studi di fase uno, ovvero in quelli che valutano la dose massima tollerata” ma “lo è anche nelle successive fasi di studio clinico” e “lo stesso bias influenza anche le pubblicazioni scientifiche che assai spesso non differenziano i risultati ottenuti in rapporto al genere”.

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